Diabete, potrebbe prevenirlo un farmaco per l'Hiv

La lamivudina, utilizzata da decenni per trattare chi è sieropositivo, riduce l'insorgenza della malattia. Lo studio su Nature Communications
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Messi a punto per una patologia, potrebbero aiutare a prevenirne un’altra. E’ questo, in estrema sintesi, il messaggio che emerge da uno studio che ha messo in relazione alcuni farmaci per il trattamento dell’Hiv nel prevenire l’insorgenza del diabete di tipo 2, la forma più diffusa al mondo. La molecola in questione è la lamivudina, utilizzata da decenni nel trattamento delle persone sieropositive. I risultati sono stati pubblicati dalla rivista Nature Communications.
 

 A differenza del diabete di tipo 1, quello che si sviluppa in giovane età e che dipende da una mancata produzione di insulina da parte del pancreas, il diabete di tipo 2 è causato dalla progressiva perdita di capacità da parte delle cellule di immagazzinare il glucosio. Il risultato è che lo “zucchero” rimane circolante ad alti livelli. Ristabilirne i corretti livelli è più che mai fondamentale: aumentato rischio di infarti e ictus e maggiori probabilità di sviluppare un tumore sono alcuni degli effetti a lungo termine del mancato controllo della glicemia. Ma se ne diabete di tipo 1 poco si può fare a livello di prevenzione, la forma più diffusa è causa principalmente - anche se non esclusivamente, visto che entra in gioco anche la componente genetica - dagli stili di vita poco salutari. Sedentarietà e alimentazione che porta ad un eccesso di peso sono tra le prime cause dell’insorgenza del diabete di tipo 2. Modificando questi fattori per tempo - soprattutto nel caso di pre-diabete - è possibile rientrare nei valori limite.
 

 
Oltre però agli stili di vita, uno dei filoni di ricerca che più si è sviluppato negli anni è quello relativo all’identificazione di molecole in grado di prevenire - o comunque ritardare - lo sviluppo del diabete. Una di queste potrebbe essere un vecchio farmaco utilizzato per l’Hiv. Già in passato infatti era stato notato che nelle persone sieropositive in trattamento con lamivudina, le probabilità di andare incontro a diabete erano inferiori del 30% rispetto alla popolazione generale. Partendo da questo dato i ricercatori della University of Virginia School of Medicine hanno provato a fare luce su questo legame.



Andando ad analizzare in laboratorio il meccanismo d’azione della molecola, gli scienziati hanno scoperto che la lamivudina è capace di migliorare la sensibilità delle cellule all’insulina. Una caratteristica che si traduce in una miglior capacità del corpo di sequestrare il glucosio circolante nel sangue. Un risultato perfettamente in linea con quanto osservato sul campo e che potrebbe aprire in futuro ad un nuovo utilizzo di questo genere di molecole in quei pazienti ad alto rischio di sviluppare la malattia.