La mascherina è di destra o di sinistra? Uno studio prova a rispondere

(fotogramma)
Misure anti-covid: un’analisi psicologica degli italiani difronte a mascherina, febbre  & Co
3 minuti di lettura
INDOSSA più controvoglia la mascherina chi si sente politicamente orientato a destra o chi si colloca a sinistra? E la febbre, chi è che la misura più volentieri, i vecchi o i giovani? Insomma chi fa cosa di quello che serve per arginare la pandemia? Hanno tutta l’aria di essere domande peregrine, ma non è proprio così, perché i dati ci dicono che una certa associazione tra atteggiamento nei confronti delle misure anti-covid e orientamenti politici, tipologie umane, fasce demografiche e altro ancora, c’è.  E in tempi in cui più che mai è necessario fare appello alla responsabilità personale, questi dati sono quantomeno interessanti.
 
Ci ha pensato un’analisi del Centro di ricerca dell’Università Cattolica ’EngageMinds HUB di Cremona – una struttura che si occupa di psicologia dei consumi in ambito sanitario e alimentare – che dalla fine di febbraio indaga la relazione tra comportamenti degli italiani e Covid su un campione totale di 3000 persone dai 18 anni in su rappresentativo delle caratteristiche generali della popolazione. Stando ai risultati dell’indagine (condotta a fine settembre con tecnologia CAWI  Computer Assisted Web Intreview)  il 62.6% degli intervistati ritiene che la maggior parte degli italiani non abbia capito a fondo l’importanza delle norme di prevenzione. A pensarla così, in pratica a notare che c’è un po’ troppa superficialità in giro, sono soprattutto quelli politicamente orientati a sinistra (74%).

 

Mascherina e libertà 

A livello nazionale, più del 18% ritiene che indossare la mascherina violi fortemente la libertà personale. Una quota minoritaria. In fondo non siamo messi poi tanto male. O no?  “È una quota minoritaria, ma tutt’altro che trascurabile - dice Guendalina Graffigna, ordinario di Psicologia dei consumi e della salute all’Università Cattolica di Cremona e direttore dell’EngageMinds HUB - soprattutto se si collega al fatto che solo il 36% dei cittadini è decisamente in disaccordo con questa affermazione”.

Ma c'è un collegamento con voglia di stare senza mascherina e orientamento politico? Rispetto al dato medio nazionale sono più tentati di ritenerla un attacco alla libertà personale quelli che si dichiarano politicamente orientati a destra (26%), lo sono meno (12%) coloro che si collocano a sinistra.E tra chi più in generale vede sproporzionate le misure anti-covid predisposte dal governo o dalle regioni, la percentuale è più alta tra quanti tendono politicamente a destra (29.5%) rispetto a chi è posizionato a sinistra (16.7%).

Cura della pelle al tempo del coronavirus, la dermatologa: "Come evitare l'acne da mascherina"


 

Ansiosi e depressi

Andando più in profondità si scopre che la percentuale di chi ritiene la mascherina un’imposizione che contrasta con la libertà è più alta tra chi vive uno stato di disagio psicologico: tra chi tende a soffrire di stati d’ansia siamo infatti al 24.6% (contro il 12% di quanti non ne soffrono) e al 23% tra chi ha sintomi depressivi (contro 10.5% di chi non li ha).

 

Lo strano caso della Lombardia

“Il dato sull’uso della mascherina –spiega la psicologa – segnala un atteggiamento più generale, interessante e non marginale, anche se riguarda una minoranza della popolazione. Basti pensare che ritiene le misure preventive attuali sproporzionate rispetto alla situazione di rischio circa il 22% degli intervistati nella nostra rilevazione”. Percentuale che scende al 15% in Lombardia, una delle regioni italiane più colpite dal coronavirus in passato e anche oggi. Ha l’aria di un paradoss. “Il fatto è che la Lombardia – è la spiegazione dell’esperta - ha pagato prezzi alti a questa pandemia: in termini sanitari, psicologici ed economici. Inoltre, in questa regione la cultura dei consumi e della produzione è più forte, ha più storia, e c’è più preoccupazione per il futuro dell’economia. Psicologicamente tutto questo rende i lombardi più frustrati. Percepire come eccessive le misure anti-covi si può intrepretare anche come una reazione a questo”.

La febbre

Anche se la misurazione della temperatura è uno dei comportamenti che i cittadini potrebbero adottare per contenere l’epidemia, della febbre si parla poco “è così- riprende l’esperta - infatti agli italiani abbiamo chiesto se solitamente si misurino la febbre prima di uscire di casa per andare a scuola o sul posto di lavoro”. E cosa hanno risposto? “Un italiano su due che non lo fa – ripsonde - E la percentuale è significativamente più alta al nord-ovest (58%) rispetto alle altre macroregioni italiane, dove oscilla tra il 45% e il 50%)”. 

 
Il 17% non chiamerebbe il medico

Quando invece il termometro si usa, e la temperatura corporea risulta più alta di 37.5,  l’80% dice che ‘cercherebbe di mantenere la calma’. La calma è una buona cosa…“Il 17%, però, ammette che verosimilmente non contatterebbe il medico di fiducia (e questa fascia di popolazione è più alta tra i giovani, il 22%), tanto che il 50% del campione – dice Graffigna - afferma che ricorrerebbe all’automedicazione prima di chiamare il medico e il 34% che non avviserebbe le autorità sanitarie territoriali”.


Il 20% non si auto-isolerebbe

In caso di sintomi, un po’ meno del 20% ammette che non si metterebbe in quarantena spontanea (di più gli uomini e i giovani: 24%, più responsabili gli over 55: 15%). Il 14% non avviserebbe il posto di lavoro o di studio (di più ancora gli uomini, 16%) e il 15% non avviserebbe nemmeno i propri parenti, amici o conoscenti incontrati negli ultimi giorni (ancora una volta più gli uomini: 18%, e più responsabili gli over 55: 9%).

Una minoranza comprensibile

Parliamo di percentuali che rappresentano una minoranza del campione seppure non residuale: in fondo, se in caso di sintomi sospetti il 17% degli intervistati non avviserebbe il medico, il resto lo chiamerebbe e sono più dell’80%. Ma detto ciò, come si spiega l’atteggiamento dei cittadini resistenti a comunicare un eventuale contagio al sistema sanitario? “Il loro è un comportamento comprensibile. Molti percepiscono confusa e non tempestiva la presa in carico del sistema, a cominciare per esempio dai tempi di attesa per accedere a un tampone – ragiona e conclude Graffigna - Nelle persone manca la percezione di una programmazione sanitaria chiara e veloce, e la mancanza di sicurezza fa sì che soprattutto se sei un lavoratore precario e hai paura di perdere giornate di lavoro, ci pensi prima di consegnare i tuoi sintomi al sistema”.