Stress, incertezza e solitudine: l'altra faccia dello smart working

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I MESI di lockdown hanno fatto emergere i possibili contraccolpi psicologici dello smart working, di cui prima della pandemia si tendevano a sottolineare solo gli aspetti positivi. Non doversi recare ogni giorno in ufficio ha infatti sicuramente dei vantaggi, permettendo di risparmiare tempo e di conciliare lavoro ed esigenze personali, oltre a evitare l’onere dello spostamento o il dover mangiare a mensa o al bar; ma la contropartita è rappresentata da un aumento del tempo dedicato al lavoro, da una perdita del confine tra vita privata e lavorativa e da una drastica riduzione dei contatti interpersonali, che possono essere fonte di stress ma che in fondo contribuiscono ad arricchire di significato la nostra vita sociale.

Stress

La conseguenza è un aumento dell’ansia: se nei cinque anni precedenti alla pandemia la maggior parte dei lavoratori esprimeva soddisfazione per la crescente diffusione del telelavoro, come testimonia fra le altre un’indagine condotta nel 2016 dalla società di consulenza Tiny Pulse, che si occupa delle strategie per incrementare la soddisfazione e il benessere dei dipendenti delle grandi aziende, dopo il lockdown sembrano crescere l’inquietudine e il senso di precarietà legati a una trasformazione globale in atto che ridisegna forse in modo definitivo il ruolo e l’identità stessa del lavoratore. Doversi sobbarcare contemporaneamente, e in condizioni organizzative spesso non ideali, il lavoro da casa e la gestione della famiglia, senza poter mai veramente “staccare” da nessuna delle due situazioni, può essere molto stressante, come sottolinea  la psicologa Laura Parolin, docente di psicodiagnostica all’Università degli studi di Milano-Bicocca.


Incertezza

La diffusione delle nuove tecnologie per il lavoro a distanza ha inoltre reso evidente in molte aziende la diminuita domanda di lavoro, sia in termini di ore che di unità di personale, fatto che non può che aumentare il senso di incertezza dei lavoratori circa il proprio futuro. Le donne, ad esempio, potrebbero essere indirizzate più facilmente al lavoro da casa rispetto agli uomini, limitando così le loro aspirazioni e le possibilità di realizzazione personale. Per Antonio Chirumbolo, psicologo dell’Università Sapienza di Roma esperto in psicologia del lavoro e delle organizzazioni, le aziende che ricorrono allo smart working dovrebbero alternarlo con il lavoro in presenza, per ridurre il senso di solitudine e isolamento sociale dei loro impiegati, e valutare le caratteristiche psicologiche individuali delle persone le rendono più o meno adatte al lavoro da remoto.


Difficoltà di oganizzazione

C’è chi, ad esempio, ha difficoltà ad organizzarsi con il lavoro “a obiettivi” e ha bisogno di uno spazio e di un tempo definiti e di un costante confronto con i colleghi e il datore di lavoro: fiducia in se stessi e una certa elasticità sono indispensabili per lavorare in smart working mantenendo sia la produttività che la soddisfazione personale. Proprio la flessibilità, intesa soprattutto come capacità di accettare pensieri e sensazioni spiacevoli, senza evitarli ma anche senza tradurli in comportamenti negativi, agendo in maniera coerente con i propri valori anche in presenza di difficoltà esterne, è stata individuata dalla psicologa Giulia Landi e dalle sue colleghe Giada Boccolini, Silvana Grandi ed Eliana Tossani, del dipartimento di psicologia dell’Università di Bologna, come il principale fattore capace di ridurre l’ansia in un campione di quasi mille persone intervistate durante il lockdown. Per evitare l’alienazione è molto importante sia perfezionare la propria capacità di comunicare per iscritto, modulando i toni in modo da mantenere una sintonia emotiva con i nostri interlocutori, sia cercare di organizzare la giornata in modo ordinato, strutturandola con abitudini e ritmi definiti che non annullino i confini tra lavoro e vita privata; concedendoci, ovviamente, una pausa quando sentiamo di averne bisogno.

*Psichiatra, Dipartimento di Salute Mentale, Viterbo