L’obesità raddoppia il rischio di ricovero per Covid 19

Secondo una metanalisi aumenta del 50% di rischio di morire a causa di Covid 19
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COVID è una malattia subdola ed è questo a renderla pericolosa. Innocua per molti, letale per alcuni. Ma soprattutto molto contagiosa, e con la conta dei casi che schizza alle stelle, anche un piccolo rischio individuale produce velocemente una catastrofe sanitaria. Sapere chi rischia di più è senz’altro fondamentale per ridurre il numero di malati destinati a intasare reparti e terapie intensive. E a guardare l’identikit dei pazienti a rischio un dato emerge con chiarezza: si tratta di persone in avanti con gli anni, gravate da diverse patologie croniche. Il dato è noto, ma c’è un fattore di rischio molto importante di cui si è parlato poco: l’obesità. Una metanalisi pubblicata ad agosto, e discussa di recente in un articolo pubblicato su Jama, ha calcolato infatti che le persone obese hanno un rischio più che doppio di ospedalizzazione per Covid 19 rispetto ai normopeso, e un 50% di probabilità in più di morire. E vista la diffusione del problema, a sua volta un’autentica epidemia che colpisce ormai il 13% della popolazione mondiale, si tratta senz’altro di un fattore di rischio da prendere attentamente in considerazione. 
 

Lo studio

L’autore dello studio è Barry Popkin, nutrizionista ed esperto di obesità dell’università del North Carolina at Chapel Hill. Con i suoi collaboratori, il professore americano ha analizzato 75 studi internazionali sul tema, per indagare a fondo i dati disponibili sul rapporto tra obesità e Covid 19, tema controverso – a detta di Popkiun e colleghi – su cui in passato mancavano ricerche sistematiche. I risultati della loro analisi hanno fornito un responso netto, tanto da stupire lo stesso autore dello studio: un obeso avrebbe il 46% di probabilità in più di contrarre la malattia, il 113% in più (un rischio più che doppio quindi) di essere ricoverato in caso di contagio, il 74% in più di finire in terapia intensiva, e il 48% in più di morire a causa di Covid 19.
 

“Nella gestione di questa epidemia la questione dell’obesità è stata per lo più ignorata, e dobbiamo ricordare che nel mondo abbiamo più di due miliardi di persone obese e in sovrappeso, che presto saliranno a due miliardi e mezzo”, ha ricordato su Jama Popkin. "L’obesità è uno dei grandi problemi che affronta oggi la sanità, e sapevamo che l’obesità avrebbe avuto una relazione importante con Covid. Eppure il tema è stato ignorato dai decisori politici e molti ricercatori, con un’attenzione molto maggiore riservata al diabete, all’ipertensione e disturbi cardiovascolari come problemi per chi contrae Covid”.

Un problema anche italiano

Anche in Italia, è bene ricordarlo, l’obesità è un problema concreto. Secondo l’ultimo Italian Obesity Barometer Report, realizzato dall’Italian Barometer Diabetes Observatory foundation in collaborazione con l’Istat, nel nostro Paese è obeso l’11% della popolazione adulta. Mentre tra sovrappeso e obesità, il problema riguarda il 46% delle popolazione. La prevalenza inoltre aumenta al crescere dell’età, ed è maggiore nel genere maschile: la prevalenza massima riguarda la fascia d’età dei 65-74enni, con un 68,2% di soprappeso e obesi tra gli uomini e un 54,9% tra le donne.
 

“I dati di letteratura disponibili confermano senz’altro l’aumentato rischio di ricoveri e decessi negli obesi”, spiega Paolo Sbraccia, professore di Medicina Interna e direttore dell’Unità di medicina interna – centro medico dell’obesità dell’Università Tor Vergata di Roma. “I motivi sono molti: il tessuto adiposo, come le cellule dei polmoni, esprime la famosa proteina Ace 2 a cui si lega il virus, e queste proteine possono facilmente staccarsi e raggiungere i polmoni, facilitando l’invasione di Sars-Cov-2. L’organismo degli obesi presenta poi uno stato di infiammazione cronica che facilita l’insorgenza della tempesta di citochine, che abbiamo imparato essere una delle complicazioni più gravi di questa malattia. L’obesità in sé, inoltre, crea problemi di respirazione e complica le procedure di ventilazione messe in pratica nelle terapie intensive, rendendo così più probabile un esito infausto. Ci sono meno certezze invece sulla possibilità che l’obesità renda anche più alto il rischio di infezione da Sars-Cov-2, anche se esistono indizi di un’alterazione del funzionamento del sistema immunitario legato all’obesità che potrebbero spiegare questa evenienza. E purtroppo, presagirebbero anche una minore efficacia dei vaccini nelle persone obese”.
 

Negli Usa

La pericolosità del virus per le persone in sovrappeso, d’altronde, è emerso chiaramente in zone come gli Stati Uniti, dove la prevalenza dell’obesità è ben più alta rispetto al nostro paese: a New York – sottolinea Sbarca – si è vista da subito un’alta letalità del virus nelle comunità più disagiate, in cui l’obesità è un problema più comune. Da noi nella prima ondata la letalità dell’epidemia è risultata più alta nelle persone molto anziane, ma anche questo sta cambiando. “Dati certi non sono ancora disponibili – confida Sbraccia – ma parlando con i colleghi che si occupano delle terapie intensive sembra che l’età media dei ricoverati sia scesa di almeno 10 anni, e in moltissimi casi questi pazienti, che hanno ormai un’età media che si aggira attorno ai 70 anni, soffrono di obesità”.