Dislessia, come scoprirla e farsi aiutare da medici, logopedisti e insegnanti

Si moltiplicano le richieste di certificazione per la dislessia nei bambini, diminuiscono gli specialisti di riferimento. La prima conseguenza è l’allungamento delle procedure
2° minuti di lettura
LA DISLESSIA o DSA è una condizione che fa parte dei disturbi dell’apprendimento, a parità di intelligenza, legata a fattori genetici e ambientali. Nei bambini ha una prevalenza del 5%, che secondo alcuni studi epidemiologici arriva al 10, e in misura diversa: difficoltà nella pronuncia delle parole, nella lettura veloce, nella scrittura a mano, nella pronuncia delle parole durante la lettura ad alta voce e anche nella comprensione di ciò che si legge. Deficit che non solo rischiano di compromettere la qualità dell’apprendimento, ma possono tradursi in forme di isolamento sociale. Non ultimo: la depressione.

C’è una legge, la 170 del 2010, che come tutte le leggi in senso astratto è ineccepibile. Ma nella pratica, dieci anni dopo la sua approvazione, resta ancora molto da fare per applicarla. Non a caso è questo il tema del convegno organizzato dall’Associazione Italiana Dislessia nell’ambito della quinta edizione della Settimana Nazionale della Dislessia, dal 5 all’11 ottobre. Obiettivo: “Riflettere sui cambiamenti avvenuti, ma anche sulle iniziative da intraprendere per una piena e reale applicazione della normativa su tutto il territorio”.

Ci sono i problemi quotidiani delle famiglie e delle scuole, la prima linea, alle prese con situazioni complesse. Ma parlando di bambini e di ragazzi, nella prima linea bisogna includere anche i pediatri e i neuropsichiatri infantili. “Di solito la dislessia media è segnalata dalle scuole intorno ai 7 anni di età – spiega Marisa Bobbio, pediatra con un’esperienza trentennale -. E’ possibile la diagnosi precoce da parte delle famiglie, ma in questi casi la valutazione è meno oggettiva”. Alla pari dei suoi colleghi si occupa delle certificazioni per l’Inps, quando gli insegnanti segnalano casi di potenziale dislessia, e più in generale disturbi -dell’apprendimento.

La procedura da seguire, almeno in teoria, è chiara: quando la scuola rileva i primi sintomi nell’alunno manda alla famiglia una lettera di comunicazione, contestuale alla pagella, con la descrizione della situazione e un modulo dedicato già valido per avviare il percorso con il neuropsichiatra infantile dell’Asl di riferimento. Il neuropsichiatra esegue una prima valutazione e rimanda al logopedista. Se si tratta di una dislessia lieve, può chiedere direttamente alla scuola di attivare un percorso ad hoc (ad esempio, più tempo da dedicare ai compiti). “In caso di una dislessia più impegnativa – aggiunge la dottoressa - si attiva il percorso per ottenere l’insegnante di sostegno. Spetta alla Commissione dell’Inps, convocata la famiglia, stabilire il numero di ore di cui il bambino ha diritto per avvalersi dell’insegnante di sostegno, che affianca quelli di ruolo. I quali, peraltro, sono abbastanza preparati anche su questo fronte. In ogni caso, per cinque anni, il bambino potrà usufruire in media di 10 ore settimanali: l’insegnante di sostegno può cambiare di anno in anno, allo scadere dei cinque anni la Commissione rivaluterà il caso. Ma ci sono anche casi in cui, nel perimetro scolastico, ai bambini e ragazzi con DSA è sufficiente l’utilizzo degli strumenti compensativi e dispensativi previsti nel Piano Didattico Personalizzato (PDP) sulla base della loro diagnosi".

Primo problema: gli insegnanti di sostegno, come è emerso anche durante l’avvio del nuovo anno scolastico, sono indiscutibilmente pochi rispetto alle necessità, vecchie e nuove. Secondo: scarseggiano anche i  neuropsichiatri infantili. Ecco perché questo percorso, che di norma dovrebbe concludersi nel giro di sei mesi, ha mediamente tempi più lunghi. Altro dato: “Le richieste di certificazione da parte delle scuole stanno aumentando in numero esponenziale - precisa la dottoressa : il sistema non è tarato per reggere a questa pressione”. Perché aumentano? Forse perché le classi sono sempre più numerose, e quindi un insegnante di sostegno che affianca quelli di ruolo è utile. In particolare: sui problemi di apprendimento impatta, in misura crescente, una serie di fattori di carattere ambientale. La carenza di libri nelle case, anche in età prescolare. E pochi quelli in età scolare, sovente limitati ai testi previsti per la didattica: quindi la lettura vissuta come un obbligo anziché un’esperienza affascinante. Il ricorso sovente precoce, e smodato, a telefonini e tablet per intrattenere i bambini. Prima di tutto, aggiunge la pediatra, la mancanza di tempo: da parte delle famiglie, tallonate dal lavoro e da altri problemi, e da parte degli stessi bambini, alle prese con una fitta agenda extrascolastica basata su attività di ogni genere, con una prevalenza di quelle sportive. Così serrata da sottrarre tempo all’apprendimento. Spesso viene meno o impallidisce pure il ruolo dei nonni. Guai a generalizzare, ma è plausibile pensare che sui disturbi dell’apprendimento i fattori ambientali comincino a pesare più di quelli genetici.