Epatite C, dopo il Nobel ora la ricerca guarda al vaccino

Matti Sällberg 
Intervista a Matti Sällberg, professore di microbiologia clinica al Karolinska Institute di Stoccolma
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DA TEMPO ricerca possibili vaccini contro l'epatite C. Matti Sällberg, professore di microbiologia clinica al Karolinska Institute di Stoccolma, studia i meccanismi di infezione delle epatiti e lo sviluppo di terapie e le basi di possibili vaccini contro la forma C. Da febbraio sta focalizzando la sua conoscenza sui virus per un vaccino contro Covid-19.
 
Quale è stato il momento di svolta per il trattamento dell’epatite C?
"Senza dubbio nel  2013, con il sofosbuvir; successivamente è cominciata una vera e propria rivoluzione per la cura di questa patologia fino a renderla quasi del tutto curabile nel 2015, con l’arrivo di altre nuove molecole ad azione diretta sul virus. Ora la durata della terapia si è ridotta, nella maggior parte dei casi, a 2-3 mesi con una pasticca".
 
Come si è arrivati a questo successo?
"Un enorme passo avanti della medicina. Le cure sono lunghe e costosissime ma garantiscono, nella quasi totalità dei casi la scomparsa della malattia e la guarigione totale. A partire dalla identificazione del virus dell’epatite C alla fine degli anni ottanta, l’infezione si curava solo con l’interferone con tre iniezioni alla settimana. Nel 1998 fu approvato un trattamento combinato di interferone e ribavirina. Quest’ultima fu inizialmente sviluppata per trattare l'Hiv, contro cui non risulto’ efficace. Invece, ebbe un effetto su una famiglia di virus incluso quello dell’epatite C. Questa terapia era però gravata da numerosi effetti collaterali e portava alla guarigione meno del 40% dei casi. Ne segui’ il primo interferone pegilato; la pegilazione è un processo che lega alcuni composti alla molecola di interferone, rendendola piu’ duratura nel flusso sanguigno. Ciò ha facilitatola durata del farmaco in circolo per un periodo di tempo più lungo, diventando piu’ efficace ed evitantando iniezioni frequenti. Nel 2011 furono approvati i primi farmaci antivirali ad azione diretta (cosiddetti DAA), che andarono ad affiancare l’interferone e la ribavirina contro i genotipi più difficili da trattare, portando il tasso di guarigione dal 40% al 70%. Gli effetti collaterali del trattamento erano però ancora molto frequenti. Fino al sofosbuvir".
 
Lei lavora sullo sviluppo di vaccini. A che punto sta quello contro l’epatite C?
"Ci si sta ancora lavorando. Un anno fa, contro ogni aspettativa, un trial clinico sponsorizzato dal National Institute of Allergy and Infectious Diseases parte del National Institutes of Health americano, ha dimostrato che il vaccino candidato non è riuscito a offrire una maggiore protezione contro l'infezione cronica da HCV rispetto al placebo. L’azione eccellente dei farmaci antivirali ha forse frenato la corsa al vaccino. Tuttavia, i pazienti affetti da epatite cronica C non sono tutti uguali e la terapia va scelta su misura. A fare la differenza tra un paziente e l’altro non è solo il genotipo, ma diversi fattori: la presenza o meno di cirrosi, la co-infezione di epatite C HIVe gli eventuali precedenti fallimenti del trattamento. Per quanto la terapia farmacologica sia efficace, quindi, ad oggi la ricerca sta anche puntando ad una strategia più potente in grado di raggiungere l’eradicazione del virus che puo’ offrire solo un vaccino. L’ostacolo principale incontrato in questi anni per quest’ultima strategia ovviamente è dato dalla molteplicità di genotipi e la variabilità delle proteine superficiali del virus, contro cui non si riesce ad ottenere una protezione anticorpale efficace. La sfida più grande è il fatto che il virus dell'epatite C cambia costantemente la sua forma per eludere il rilevamento immunitario. Per questo motivo un vaccino che protegge da una forma del virus potrebbe non proteggere da altre. Tuttavia, la comunità scientifica sta compiendo progressi nell'identificazione di regioni stabili del virus che non cambiano e sta esplorando una varietà di nuovi approcci per lo sviluppo di vaccini".
 

Le è piaciuto il premio di questo anno?
"E' stato particolarmente importante. E anche simbolico visto il momento che stiamo vivendo, in balia di un nuovo virus. Da quando nel 1989 ricercatori del  Centers for Disease Control and Prevention (CDC) e la Chiron Pharmaceuticals identificarono il virus dell'epatite C, sono stati fatti passi da gigantic grazie alla ricerca di base. Credo che il premio Nobel di oggi sia stato anche un premio alla ricerca di base. Senza questa non si sarebbero mai curate ora milioni di persone. L’implementazione clinica delle scoperte fatte dai tre vincitori e’ stata straoridnaia".