Tumore, perché non tutti rispondono all'immunoterapia

Solo una quota di pazienti pari a circa il 50% risponde positivamente. Ecco perché oggi più che mai occorre individuare quei fattori in grado di predire un eventuale fallimento della cura

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L’immunoterapia sta rivoluzionando la cura di molte forme tumorali. Purtroppo però solo una quota di pazienti pari a circa il 50% risponde positivamente alle terapie. Ecco perché oggi più che mai occorre individuare quei fattori in grado di predire un eventuale fallimento della cura. Ed è questo che hanno fatto gli scienziati del Centre for Cellular and Biomolecular Research della University of Toronto. In uno studio pubblicato su Nature il gruppo di ricerca ha individuato 182 geni tumorali che consentono alle cellule di eludere il sistema immunitario. Un risultato importante dalle future implicazioni cliniche: potendo profilare il tumore sarà possibile sapere in partenza quali terapie somministrare e quali evitare.

 
Cronicizzare la malattia

Dal 2011 -anno di approvazione del primo farmaco immunoterapico- ad oggi la lotta al cancro ha fatto passi da gigante. Alcune forme tumorali che in passato non lasciavano scampo, oggi possono essere affrontate con maggiori probabilità di successo. Se non è sempre possibile la guarigione, diversi tumori possono essere cronicizzati. Melanoma e polmone sono un esempio: dieci anni fa la sopravvivenza media al melanoma nel quarto stadio di sviluppo si aggirava intorno ai 6-9 mesi dalla diagnosi. Solo il 25% dei malati era vivo ad un anno. Ora la situazione è radicalmente cambiata e i dati sulla sopravvivenza a dieci anni di distanza dicono che con il primo immunoterapico (ipilimumab) della storia siamo a quota 20% ma combinando più farmaci (ipilimumab e nivolumab), a 5 anni siamo al 50%. Un discorso simile vale per il polmone, nei casi di malattia in fase avanzata con la chemioterapia solo il 5% dei pazienti era vivo a 5 anni dalla diagnosi. Con l’immunoterapia, in una particolare popolazione di persone che esprime il recettore PD-L1, oggi siamo al 30%.
 

Quei geni che spengono la risposta immunitaria

Percentuali in crescita che non devono però far dimenticare quella quota di pazienti che non risponde efficacemente alle cure. In questi anni la ricerca si è concentrata soprattutto nell’individuare quelle caratteristiche molecolari capaci di predire il successo o meno delle terapie. In altre parole a chi somministrare l’immunoterapia. In futuro un aiuto in tal senso potrebbe arrivare dallo studio realizzato dai ricercatori canadesi. Nell’analisi pubblicata da Nature gli scienziati hanno messo in contatto tra loro le cellule del sistema immunitario (i linfociti T Killer) con cellule tumorali di seno, colon, reni e melanoma. Successivamente, utilizzando la tecnica Crispr, hanno spento selettivamente ad uno ad uno una serie di geni delle cellule tumorali. Per ogni gene “spento” gli scienziati hanno valutato la capacità del sistema immunitario di riconoscere ed eliminare le cellule cancerose. In questo modo hanno ottenuto una mappa di 182 geni tumorali in grado di consentire al tumore di eludere la risposta immunitaria. Alcuni di essi erano già conosciuti per essere presenti in quei pazienti che non beneficiavano dell’immunoterapia.
 
Non solo, dalle analisi è emerso che andando a spegnere particolari geni legati all’autofagia (un processo che consente alle cellule di eliminare i prodotti di scarto), la somministrazione dell’immunoterapia e di terapie target peggiorava la situazione. Un risultato inatteso che dimostra, ancora una volta, l’importanza di conoscere il più possibile le caratteristiche molecolari del tumore che si ha di fronte. Conoscenza in grado di influenzare notevolmente la scelta delle terapie da somministrare.
 

Non solo Dna

Attenzione però a pensare che l’efficacia dell’immunoterapia dipenda solo dalle caratteristiche genetiche. Sempre più numerosi studi indicano che anche il microbioma -il complesso di batteri che abita il nostro intestino- può giocare un ruolo importante nella risposta alle terapie. Nel frattempo però anche la ricerca farmacologica avanza. Se sino ad oggi i principali immunoterapici avevano come bersaglio le proteine PD-1 e CTLA-4, ora la ricerca clinica ha incominciato a sperimentare farmaci diretti contro un nuovo target, ILT4. Al recente congresso ESMO sono stati presentati i primi interessanti dati sul farmaco sperimentale MK-4830. Notizie che prese tutte insieme ci dicono che la sfida presente e futura nella lotta ai tumori sarà l’integrazione di più informazioni e la scoperta di nuovi meccanismi su cui agire.