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Stress, ansia e depressione: i medici scappano dagli ospedali. «Turni insostenibili, scelgono la sanità privata»

I medici toscani scappano dagli ospedali a causa dello stress e dei ritmi di lavoro elevati

«Sono tante le ore in più svolte, spesso in violazione delle norme, senza essere totalmente o parzialmente retribuite. Il 64% dei medici ospedalieri e il 73% dei medici del territorio non ha neanche potuto usufruire in maniera totale o parziale delle ferie», diceFilippo Anelli, presidente nazionale della Federazione nazionale degli Ordini dei medici chirurghi e odontoiatri

Stress, ansia, disturbi del sonno, depressione. Spie di quella sindrome da burn-out (esaurimento) che non li abbandona. Mai. E così i medici ospedalieri lasciano le corsie, alla ricerca della serenità perduta. I numeri parlano chiaro: nel 2021, 273 professionisti toscani hanno lasciato gli ospedali. Sette anni prima, nel 2015, erano duecento in più. Sono perlopiù internisti e pediatri, ma soffre anche (e tanto) l’emergenza-urgenza, soprattutto fuori dalle aree metropolitane. «Significa che poco meno di uno specialista al giorno ha sbattuto la porta e se n’è andato – spiega Flavio Civitelli, segretario toscano di Anaao-Assomed, il sindacato dei medici dirigenti –. I professionisti cercano orari più flessibili, maggiore autonomia professionale, minore burocrazia, un sistema che valorizzi le loro competenze, un lavoro che permetta di dedicare più tempo ai pazienti. Ma che, al tempo stesso, consenta loro di trascorrere un fine settimana in famiglia visto che le ferie sono un miraggio. Necessità difficili da conciliare con la carenza di personale, i turni massacranti, i weekend quasi tutti occupati da guardie e reperibilità».

«Questo significa – prosegue Civitelli – che nell’ultimo anno ben oltre il 3% dei medici toscani si è licenziato dal proprio posto di lavoro per continuare la professione in modo differente, come specialisti ambulatoriali, medici di famiglia, pediatri di libera scelta o impiegati nella sanità privata convenzionata. D’altra parte i turni sono insostenibili, sia per qualità che per quantità. E il quadro è chiaro: chi ha la possibilità di uscire dal sistema sanitario nazionale non ci pensa due volte. La verità è che le risorse non sono adeguate ai servizi: ma intanto si chiede sempre di più ai professionisti. Che poi scappano». E il dato allarmante - sottolinea Filippo Anelli, presidente nazionale della Federazione nazionale degli Ordini dei medici chirurghi e odontoiatri (Fnomceo) - è che sono soprattutto i giovani a dichiarare di voler andare via, cambiando posto di lavoro: il 25% dei medici tra i 25 e 34 anni e il 31% di quelli tra i 35 e i 44 anni. «Le condizioni di lavoro sono molto difficili - precisa Anelli - e questa propensione espressa da tanti giovani è un dato preoccupante che fa riflettere. Soprattutto mostra quanto profonda sia la crisi legata alla perdita di fiducia nel futuro, alla mancanza di speranza di un domani migliore per la nostra professione. Durante la pandemia i medici hanno fatto uno sforzo straordinario per consentire cure adeguate per oltre 16milioni di cittadini in Italia, sia a casa che in ospedale. Ma le condizioni di lavoro non sono più accettabili perché sono la conseguenza dei tagli che hanno caratterizzato tutta la fase pre-pandemica: tagli al personale, alle strutture: il servizio sanitario nazionale era considerato un peso, un costo. Oggi la visione è cambiata: c’è la rivalutazione del diritto alla salute che, ora, diventa investimento dello Stato».

E la Federazione nazionale degli Ordini dei medici chirurghi e odontoiatri, adesso, chiede al governo - tra le altre cose - la costituzione di un Osservatorio sui diritti dei lavoratori. «Sono tanti i colleghi che non si riconoscono più in una professione mortificata da carichi di lavoro abnormi, ad esempio nei pronto soccorso e nel 118, e da un’invadenza burocratica che soffoca l’autonomia professionale – conclude Anelli -. La prescrizione farmaceutica e le prestazioni diagnostiche sono oramai appesantite da orpelli, modelli, piani terapeutici e quant’altro, utili solo a sottrarre al medico quel tempo che invece avrebbe dovuto garantire al cittadino perché, come richiama la legge 219 del 2017, “il tempo della comunicazione tra medico e paziente costituisce tempo di cura”. Sono tante le ore in più svolte, spesso in violazione delle norme, senza essere totalmente o parzialmente retribuite. Il 64% dei medici ospedalieri e il 73% dei medici del territorio non ha neanche potuto usufruire in maniera totale o parziale delle ferie. Il 74% dei medici del territorio e il 66% dei medici ospedalieri non ha a disposizione un adeguato tempo libero per vivere la sua vita privata e familiare. Il tema del rispetto dei diritti dei lavoratori diventa così cruciale per garantire serenità ed efficienza lavorativa».

 

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