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Fausta Bonino, l'infermiera di Piombino accusata di aver ucciso i pazienti: ecco perché la giustizia l'ha assolta

Fausta Bonino, l'infermiera di Piombino accusata di aver ucciso i suoi pazienti: è stata assolta

Il 19 aprile del 2019 fu condannata in primo grado dal Tribunale di Livorno all’ergastolo per l’omicidio di quattro pazienti del reparto di anestesia e rianimazione di Villamarina

PIOMBINO. Nessuna certezza sulla tipologia di farmaco usato, né sulle modalità di somministrazione dell’eparina che avrebbe causato le emorragie mortali ai pazienti dell’ospedale di Piombino. Range temporali precisi, ritenuti fondamentali per certificare la presenza dell’imputata al momento della massiccia somministrazione del farmaco anticoagulante, che poi tanto precisi non si sono rivelati. Persino quello che si definiva un reparto di rianimazione “blindato” si è scoperto essere accessibile da una porta laterale che si apriva con una semplice spinta.

Sono i motivi principali alla base della decisione dei giudici della Corte d’assise di Appello di Firenze che, il 24 gennaio scorso, hanno assolto con formula piena Fausta Bonino, l’ex infermiera dell’ospedale di Piombino che il 19 aprile del 2019 fu condannata in primo grado dal Tribunale di Livorno all’ergastolo per l’omicidio di quattro pazienti del reparto di anestesia e rianimazione di Villamarina (al momento dell’apertura delle indagini le morti sospette, avvenute tra il 2014 e il 2015, erano addirittura quattordici).


Assolta per non aver commesso il fatto, si legge nel dispositivo della sentenza. Oggi, in seguito alla pubblicazione delle motivazioni della sentenza d’appello, Il Tirreno è in grado di spiegare cosa vi sia alla base della scelta dei giudici che ha sancito la fine dell’incubo personale della piombinese di 61 anni, finita per sei anni nel tritacarne giudiziario. Bonino fu arrestata nel 2016 all’aeroporto di Pisa, dove era appena sbarcata dopo essere andata a trovare a Parigi uno dei due suoi figli. Trascorse venti giorni in carcere. La sua vita per sei anni è rimasta come sospesa, prima che le 172 pagine della sentenza emessa dalla Corte d’Assise d’appello smontasse pezzo per pezzo le accuse. Resta da capire se la Procura, che non avrebbe ancora preso una decisione in merito, presenterà ricorso in Cassazione, allungando ulteriormente i tempi di questa vicenda giudiziaria.

PROVE SGRETOLATE

Una serie di elementi che potrebbero apparire di poco conto che però, se collocati in un sistema e confrontati con le informazioni legate ai turni del reparto, acquisiscono un peso maggiore. In questo modo, secondo quanto si legge nelle motivazioni della sentenza d’appello, la Procura voleva dimostrare la colpevolezza dell’infermiera, accusata di aver provocato la morte dei pazienti con delle iniezioni letali di eparina, causa di emorragie mortali. Alla base del sistema accusatorio il presupposto di alcuni elementi dati per certi, a partire dalla somministrazione del farmaco con un’iniezione diretta in bolo, dall’uso di un unico tipo di eparina, alla possibilità di calcolare con esattezza il momento di somministrazione e i tempi di reazione del farmaco. Fino al riconoscimento della “costante Bonino”, visto che sulla base di queste informazioni l’infermiera era sempre presente nel reparto.

SITUAZIONE RIBALTATA

C’è un momento durante il processo d’appello nel quale l’inerzia è cambiata: quando l’avvocato dell’infermiera, Vinicio Nardo del foro di Milano, ha ottenuto l’ammissione di nuovi testi, periti e medici dell’ospedale. Pian piano le accuse sono state smontate.

Se è vero che le morti sono state causate dai farmaci, non è assolutamente provato che a causare le morti sia stata la Bonino. «Sia il presupposto dell’uso di quella specifica sostanza che quello del metodo di somministrazione sono elementi che avrebbero dovuto essere certi, in quanto costituenti la premessa maggiore del ragionamento accusatorio e, invece, non, lo sono», si legge nella sentenza.

In assenza di queste certezze a saltare sono i calcoli dei range temporali che la Procura ha incrociato con i turni, per dimostrare il coinvolgimento dell’infermiera. Non solo. In appello quello che sembrava un reparto inaccessibile si è dimostrato in realtà accessibile e non controllato dalle telecamere, neanche dopo l’avvio delle indagini.

Il badge per accedere al reparto era «indifferenziato» e vi era una porta che si apriva dall’esterno senza chiave e che metteva in collegamento il reparto con la sala operatoria e altri ambienti del presidio ospedaliero. Insomma, per i giudici, non è provato che l’omicida fosse necessariamente uno dei sanitari del reparto di rianimazione.



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