La Pace di Canova a Palazzo Vecchio: il messaggio di speranza da Kiev a Firenze

La Pace del Canova esposta a Palazzo Vecchio a Firenze

Dopo il Quarto Stato arriva il gesso della celebre scultura: «Salvare la bellezza per amore della civiltà e dell’arte»

Con felice intuizione il sindaco di Firenze Dario Nardella ha accolto, il primo maggio, il “Quarto Stato”di Pelizza da Volpedo nel salone del Cinquecento in Palazzo Vecchio.

A testimoniare, con l’opera più emblematica, il valore del lavoro, l’ equilibrio fra le due città. Tommaso Sacchi, prima assessore a Firenze e ora a Milano, ha officiato la celebrazione. Tocca ora a me accostare al simbolo del lavoro il simbolo della pace, in questi tempi angosciosi, con la scultura che la esalta, nel luogo più martoriato: la Pace di Kiev di Canova conservata nella città Ucraina gemellata con Firenze.

Nel Museo Gypsotheca Antonio Canova di Possagno si conserva, infatti, il gesso della Pace di cui la versione in marmo è custodita a Kiev, e ora nascosta per evitare che venga bombardata.

L’eccezionale esposizione del gesso della Pace presso Palazzo Vecchio, in dialogo con il “Quarto Stato”, Pace e Lavoro, farà meditare i numerosi pellegrini che verranno a Firenze, per vedere quello che non possono vedere a Kiev a causa della guerra.

Quest’opera indica una contraddizione, perché è stata concepita da Canova nel 1811-1812, realizzata nel 1815 per un committente russo morto prima di vederla. Nikolaj Petrovič Rumjancev (1754-1826) è un politico e diplomatico russo, menzionato anche da Lev Tolstoj in Guerra e Pace. Nonostante una carriera militare alle spalle, è un pacifista, filofrancese, ammiratore di Napoleone, amante dell’Europa, per la quale viaggia dal 1774 al 1776 (anche in Italia), studiando e incontrando personalità del calibro di Voltaire.

Nel 1811 Nikolaj Petrovič Rumjancev commissiona a Canova un marmo bianco da collocare nel salone del suo palazzo di San Pietroburgo. La scultura avrebbe dovuto rendere omaggio ai trattati di pace che avevano posto fine a tre guerre e che la famiglia Rumjancev aveva contribuito a siglare: la pace di Åbo nel 1743 (che pose fine alla guerra con la Svezia), quella di Küçük Kaynarca nel 1774 (con l’Impero Ottomano), e infine la pace di Hamina nel 1809 (nuovamente con la Svezia).

Dal 1808 al 1814, Nikolaj Petrovič Rumjancev è ministro degli affari esteri e sostiene rapporti amichevoli con Napoleone Bonaparte. Questi , però, minaccia la Russia e quando la invade il politico russo è colto da un ictus, che gli causò una compromissione dell’udito.

Rumjancev l’ha fatta fare avendo una grande ammirazione per Napoleone. E Napoleone cosa gli ha fatto? Ha attaccato la Russia, come ha fatto Putin con l’Ucraina. Questa scultura racchiude in sé una serie di intrighi formidabili di passato e di presente. C’è un ammiratore della pace, che chiede la pace per sé, e la chiede pensando a Napoleone, ma mentre la chiede Napoleone arriva alle porte della Russia.

Canova scrive a Quatremère de Quincy l’11 febbraio 1812: «La statua della Pace si farà: venga la guerra; essa non potrà impedirla. Ma io temo che alla pace generale non si farà statua per ora. Così si potesse farla, come io l’alzerei a mie spese!». Proprio quando Napoleone incominciava a subire delle perdite, nel settembre 1812, Canova lavorava alla scultura della Pace. Conclude il marmo nel 1815 e nel 1816 l’opera, di oltre 2 metri, arriva a San Pietroburgo.

Alla morte di Nikolaj Petrovič Rumjancev, la sua collezione viene donata allo Stato e va a costituire nel 1831 il primo Museo pubblico russo, inizialmente a San Pietroburgo, poi, nel 1861, trasferito a Mosca. Krusciov – dalle origini ucraine, Segretario del Partito Comunista dell’Unione Sovietica – decide nel 1953 di trasferire la scultura da San Pietroburgo a Kiev, al Museo Nazionale Khanenko. Qui, viene pressoché dimenticata: l’Ucraina riscopre il grande valore dell’opera poco meno di vent’anni fa, quando Irina Artemieva, conservatrice dell’arte veneta al Museo Ermitage, ritrova un carteggio, conservato nella Sezione Manoscritti della Biblioteca Nazionale di Russia a San Pietroburgo, tra Antonio Canova e l’ambasciatore di Vienna, che aveva fatto da intermediario per la commissione. La riscoperta del carteggio ha consentito di ricostruire la storia e le vicende legate alla realizzazione dell’opera.

L’iconografia della Pace richiama la Nemesi, dea greca della “distribuzione della giustizia”. Il serpente ricorda le medaglie romane, dove era simbolo della guerra. Il fatto che le scritte commemorative siano in latino è il risultato di una trattativa tra Canova e l’ambasciatore di Vienna: l’ipotesi iniziale della lingua russa fu accantonata in favore del latino, lingua franca e simbolo dell’unione tra le nazioni europee, a rafforzare dunque il messaggio di pace dell’opera.

Quando vediamo le opere umiliate e martoriate dai bombardamenti del ’17, come furono i gessi di Canova restaurati anche grazie a interventi tecnologici molto avanzati e a scansioni digitali, questa visione produce una malinconia infinita.

La guerra porta soltanto male e violenza da ogni parte, sia per chi la esercita per primo, sia per chi la esercita come reazione. Per cui è molto malinconico pensare che sta accadendo anche qualcosa contro le opere d’arte oltre che contro le persone. La Pace di Kiev è ora esposta a Firenze, e qui temporaneamente attende tempi di pace.

Canova, l’ultimo grande artista che ha chiuso l’arte dell’Occidente ha unito tutto, non ha diviso. Canova è un grande conciliatore di ogni conflitto, di ogni differenza, e in nome della sua Pace io chiedo a voi di invocarla tutti insieme sul piano di spirito del mondo, perché il mondo si salvi. Alla frase di Dostoevskij: “la bellezza salverà il mondo”,non ho mai creduto fino in fondo: non possiamo dire che la bellezza salvi il mondo, se il mondo non salva la bellezza, per amore dell’umanità e della civiltà che l’arte testimonia.