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Le lavatrici di soldi mafiosi in Toscana: triplicate le aziende sotto interdittiva. Cifre di un fenomeno che fa paura

I tentacoli della criminalità organizzata sulla Toscana: sempre più operazioni "sospette"

La Dia: «La regione è un’area privilegiata per le attività di riciclaggio». Nel 2020 segnalate 6.695 operazioni sospette

Cercano aziende in crisi: più fragili sono e meglio è. Perché scendono a compromessi, accettano soldi cash rischiando grosso. Tanto l’obiettivo, per loro, non è fare impresa, o non solo. Lo scopo principale è nascondere soldi sporchi. E si chiama riciclaggio. È quella che la Scuola Normale Superiore di Pisa, nel suo ultimo rapporto sulla criminalità organizzata in regione (pubblicato a dicembre 2021), chiama la «variante toscana». Una mafia che non controlla territori, non ha quartieri generali, ma si insinua nell’economia come un serpente malato che striscia da azienda ad azienda, usando la regione come una lavatrice di soldi sporchi. L’ultima inchiesta della Dda di Firenze, che ha portato al sequestro preventivo di terreni e immobili a Chiusdino, appartenenti a un imprenditore considerato vicino alla ’Ndrangheta, sembra essere solo l’ultima delle tante prove della massiccia presenza della criminalità organizzata in Toscana. Lo confermano anche i dati della Dia in merito alle sempre più numerose interdittive antimafia. D’altronde la Toscana fa gola. Secondo la direzione investigativa «si presenta come una delle aree privilegiate per attività di riciclaggio e più in generale per la realizzazione di reati economico-finanziari».

COME OPERA LA MAFIA


Anche secondo la Scuola Normale Superiore di Pisa, che studia il fenomeno da anni, la regione «resta un territorio destinatario di investimenti criminali, finalizzati prevalentemente ad attività di riciclaggio». La pandemia, con l’annessa crisi di alcune aziende, avrebbe poi «facilitato ulteriormente fenomeni di riproduzione criminale delle mafie». Dispongono infatti del dark money giusto al momento giusto per salvare una famiglia o una ditta dalla montagna di debiti. In questo caso, il principale strumento per dare una consistenza empirica ai fenomeni occulti sono le segnalazioni di operazioni sospette (sos) che vengono trasmesse, da professionisti vari, all’unità di informazione finanziaria della Banca d’Italia. In Toscana, nel 2020, ne sono arrivate 6.695. Tre province toscane (in ordine: Prato, Siena e Firenze) si sono ritrovate tra le 15 italiane con il maggior numero di sos ogni 100mila abitanti. «Il quadro del rischio associato all’uso del contante – si legge nella relazione della Scuola – evidenzia forti criticità per il territorio toscano».

LE INTERDITTIVE

Le interdittive, secondo la Dia, sono «lo strumento più efficace in una realtà come quella toscana». Ma cosa sono? L’interdittiva è un provvedimento amministrativo di carattere preventivo che viene adottato dal prefetto nei confronti di un’azienda in odor di mafia. Così facendo l’impresa non può più stipulare contratti con la pubblica amministrazione. Nel 2020 la Toscana è risultata essere la terza regione del centro nord Italia per numero di provvedimenti: sono stati 34, il 270 per cento in più rispetto all’anno precedente quando erano stati nove. La maggior parte degli accertamenti sulle aziende toscane sono scattati dopo l’inchiesta “Vello d’oro”, uno dei primi scandali nel mondo del cuoio che ha svelato il rapporti tra il comprensorio e la ’Ndrangheta. È emerso che la contaminazione mafiosa era (ed è) più diffusa di quello che si potesse pensare. Sono scattate subito, nel giugno 2020, cinque interdittive ad altrettante imprese di Santa Croce sull’Arno, considerate vicine alla cosca calabrese. Da quel momento si è aperta una voragine in cui sono finite decine di aziende toscane che, secondo le prefetture, avrebbero avuto contatti con la criminalità organizzata. Aziende del conciario ma anche del settore edile, dell’immobiliare, agricolo e pure del turismo.

LE CONFISCHE

Secondo i dati dell’Anbsc (l’agenzia nazionale che si occupa dei beni sequestrati alla mafia) sono 541 i beni attualmente sotto confisca (428 nel 2019) sparpagliati in 71 comuni toscani: 478 sono immobili, i restanti aziende. Da qui si può tracciare la matrice mafiosa e il radicamento sul territorio. Quella camorristica è la prima per beni confiscati (40%), seguita da Cosa nostra (11. 5%) e dalla ’Ndrangheta (6,2%). I dati sono però relativi al 2020 e non tengono conto dei numerosi sequestri legati alla cosca calabrese avvenuti nel 2021. L’ultimo sequestro di Chiusdino (seppur ancora preventivo) parla dell’espansione nel territorio toscano di una nuova cosca, la ’ndrina Grande Aracri di Cutro già attiva da tempo in Emilia-Romagna, in Veneto, in Lombardia e pure all’estero, in Germania. Ed è solo una delle cosche.



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