Contenuto riservato agli abbonati

Muore solo a 23 anni, la madre lasciata fuori dall'ospedale: «Li ho supplicati di farmi entrare»

Il ragazzo morto a 23 anni

Il fatto all'ospedale San Giovanni di Dio, a Firenze: non è potuta entrare per le norme anti-Covid. Gli ultimi messaggio del figlio e lo sfogo della donna dopo la tragedia: «Nemmeno un briciolo di umanità». Diciotto anni fa la perdita del marito

FIRENZE. Con il senno di poi, dice, le avrebbe consentito di vederlo, di tenergli la mano mentre esalava l’ultimo respiro, e chissenefrega delle regole anticontagio. La vita, prima di tutto. Ma il senno di poi non esiste e il reparto da lui diretto, medicina interna dell’ospedale San Giovanni di Dio, a Firenze, è rimasto sigillato fino all’ultimo, e Simone Benvenuti , 23 anni, il sogno di diventare un barman nel cassetto, è morto solo, mentre fuori la mamma supplicava di entrare. «Le regole consentivano l’ingresso solo in alcuni casi, come in presenza di minori o disabili. Tornare indietro sarebbe bello ma non si può», spiega il primario, Alberto Fortini .

La morte del giovane fiorentino risale al 16 gennaio: è stato il nonno, giorni dopo, a parlarne alle telecamere di Agorà.

IL RICOVERO

È il 13 gennaio, quando viene ricoverato. «Non era una novità», racconta la madre, Rosalia De Caro , 47 anni, che inizia a parlare del figlio al presente. «Simone soffre di questa malattia da quando è piccolo». Poi realizza e declina al passato. «Soffriva». A tre anni gli era stata diagnostica la piastrinopenia, una malattia caratterizzata dalla drastica riduzione delle piastrine circolanti. «Gli venivano lividi, iniziava ad essere stanco. Lo portavamo in ospedale e con emoglobina e cortisone tornava a stare bene», racconta. Non sapevano che era a rischio: nessuno glielo aveva mai detto. «Ogni due o tre mesi aveva il controllo: l’ultima volta ci era andato a novembre, il prossimo lo avrebbe avuto oggi (ieri, ndr )». Quando inizia a stare male, arrivano al pronto soccorso direttamente con la borsa per il cambio. «Immaginavo che sarebbe stato ricoverato, una routine». Questa volta mancano le ciabatte. «Così sono andata a casa a prenderle, ma quando sono tornata non mi hanno fatta più entrare».

VISITE CHIUSE

Stando alla ricostruzione dell’azienda sanitaria, le visite sono chiuse per la normativa anticontagio. Sono ammesse alcune deroghe, ma sono eccezioni. I bimbi, i disabili e poco altro. «All’inizio ero tranquilla. La mattina dopo ho parlato subito con un medico, molto gentile, che mi ha tranquillizzata. Poi ho parlato con Simone e non avevo motivo di preoccuparmi». Inizia a farlo nel pomeriggio quando un secondo medico, al telefono, le comunica che hanno iniziato a fargli una trasfusione di sangue. «Non lo avevano mai fatto in 23 anni – racconta ancora la mamma –. Ho detto alla dottoressa “va bene, vengo subito”. Lei mi ha detto di no, che non sarei potuta entrare sempre per le regole anticontagio, ma di stare tranquilla». Lei tranquilla, però, non può stare e chiama il figlio, che le dice di essere già alla seconda trasfusione. «Allora ho chiamato in reparto e per la prima volta mi dicono che effettivamente è grave. Io a quel punto inizio a supplicarli di farmi entrare e continuano a dirmi di no». Arriva il sabato. Le condizioni di Simone stanno peggiorando, ma la madre ancora non lo sa. Non lo sa nessuno, all’infuori dei medici e del personale in reparto. «Eravamo rimasti che avremmo fatto una videochiamata la sera – continua –: lo chiamavo e richiamavo, ma non rispondeva». Alla fine Simone riesce a mandarle un messaggio: «Mamma, non riesco a respirare – le scrive – sono attaccato all’ossigeno».

LA MORTE

Lei si sente impazzire. «Non mi avevano nemmeno avvisata, capisce? Nemmeno un briciolo di umanità». Allora prende il telefono e avverte il reparto: io vengo ed entro. Ma non entrerà mai, non riuscirà mai a vedere un’ultima volta suo figlio vivo e, soprattutto, lui non riuscirà mai a vedere lei, la mamma, prima di morire. Morirà per un arresto cardiaco alle quattro della notte di domenica. «Quando sono riuscita finalmente a entrare nella stanza e ho visto che mio figlio era morto, me ne sono andata. A quel punto ci hanno consentito di entrare in tre e ci hanno anche chiesto se volevamo le sedie. Io gli ho detto: ora cosa ci faccio che è morto? Dovevo esserci prima: non lo salvavo ma almeno mio figlio non moriva solo».

I FUNERALI

I funerali vengono celebrati due giorni dopo. Ci sono anche i compagni di classe e le maestre delle elementari. La madre ha chiesto di vedere la cartella clinica ma non ha sporto denuncia e non lo farà. Ci è già passata da questo inferno: 18 anni fa quando suo marito, appena 27enne, venne travolto in scooter da un’auto con a bordo due giovani ubriachi, lasciandola sola con due figli di 5 e 2 anni. «La giustizia è lenta ed estenuante. Alla fine ho vinto la causa, mi hanno risarcita, ma cosa ci faccio con i soldi? Mio marito non c’è più. E anche Simone non ci sarà più».