Da 40mila a 300mila euro di bolletta: le aziende chiudono, la politica se ne infischia

Centinaia di migliaia di imprese rischiano di chiudere per il caro-bolletta ma la loro situazione pare non interessare.

Una catastrofe economica che fatica a conquistare la scena pubblica, dominata dai bizantinismi della politica quirinalizia. Ah, la vita reale, come è diversa da quella imbellettata dai tatticismi, dalle vanità, dai calcoli dell’onorevole di turno che vuole sopravvivere fino a settembre per assicurarsi il vitalizio. E come squassa, come travolge quando irrompe nel negozio o in fabbrica sotto forma di un conto schizzato del 500, del 600, del 700 per cento, recapitato da un postino che allarga le braccia, mi-spiace-ma-è-aumentato-il-costo-del-gas. Sul Sole 24 Ore Mario Baldassarri in una spietata analisi scrive che le aziende energivore potranno sopravvivere ancora per qualche settimana. Per queste attività, che vanno dalle ceramiche alle acciaierie, dal tessile alla metallurgia, dalle cartiere alle vetrerie, il costo dell’energia è pari al 50% del fatturato.

Qualche numero per immedesimarsi in questi imprenditori mandati al macello da una politica affaccendata in altro: una tintoria di tessuti di Prato è passata in un anno da 40.500 euro di bolletta elettrica a 297mila euro; un’azienda di ceramica di Fiorano Modenese da 19.952 a 87.600 euro; una pizzeria di Reggio Emilia da 5mila a 14mila euro; un bar di Empoli da 4mila a 12.911 euro. Potremmo continuare all’infinito perché questi non sono casi estremi, questa è la norma. Anche in settori dove non te lo aspetteresti: Gino "Fuso" Carmignani, il simpatico vitivinicoltore, presidente del Consorzio dei Vini di Montecarlo, ha stimato un rincaro del 30% della bolletta per le aziende che producono bianchi, che vengono fatti fermentare e maturare a temperatura controllata.

La Cgia di Mestre prevede un rincaro della bolletta energica del Paese di 89,7 miliardi nel 2022: 30,8 per le famiglie e 58,9 per le imprese. A fronte di questa catastrofe, che avrebbe avuto bisogno del miglior Draghi e di un altro "whatever it takes" (detto alla toscana, "icché ci vole ci vole"), la Montagna ha partorito il Topolino. Nell’ultimo consiglio dei ministri di un governo distratto sono state varate misure che - secondo la stessa Cgia - coprono appena il 6 per cento dei maggiori costi energetici. Non ci sono soldi, si è detto, rinunciando a prenderli dove ce ne sono a montagne (i margini delle società di distribuzione), e dopo aver regalato miliardi di bonus edilizi anche a medi e grandi proprietari immobiliari che potevano farne a meno. Il 94% di costi che resta scoperto andrà a travolgere quel che resta della promettente ripresa italiana, compreso il lavoro, a meno che non si pensi di tenere in piedi il conto economico delle imprese mantenendo la stessa clientela con listini aumentati del 40-50%.

Un disastro, insomma. Al netto di quello che potrà accadere con la incipiente crisi ucraina: in caso di escalation bellica tra la Russia e l’Occidente, Putin potrebbe chiudere i gasdotti dal quale si rifornisce per il 40 per cento l’Europa facendo schizzare ancora più in alto i prezzi dell’energia che resta a disposizione sul mercato.

Ma noi balliamo sul ponte del Quirinale mentre la nave affonda.

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