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La corsa al Colle, Giani e i toscani fra trame e millanterie: «Ma tanto decidono tutto i capi partito»

Fra i parlamentari c’è chi pronostica scenari e chi si arrende ai leader. Il presidente: «È un’occasione anche per trovare finanziamenti» 

Provateci voi ad intercettare un parlamentare a Roma e a chiedergli del Quirinale. La telefonata non durerà più di 30 secondi, per poi essere interrotta da uno scroscio di risa, frizzi, lazzi, il chiacchiericcio, sussurri e un linguaggio cifrato.

È il lessico delle trame, il gergo alchemico dei peones. Nei vicoli intorno a Montecitorio impazza come una hit dei Maneskin. Ché tutti si sentono un po’ kingmaker in queste ore.


Ma c’è pure chi, inconsapevole, va verso l’urna come una mummia. Il rituale del Colle come un cieco rito sacrificale. «Noi votiamo alle 19.45, ma ancora non sono arrivate indicazioni. Vabbè, comunque non voterò nulla di diverso da ciò che deciderà Salvini», dice non senza una certa tremarella Marco Landi, il leghista scelto fra i delegati regionali.

Pure la sottosegretaria Tiziana Nisini, se interrogata, azione il risponditore automatico: «Il Presidente ideale? Quello a cui sta lavorando Salvini da settimane». «Alla fine sarà una figura di centrodestra», ripete gli ordini di scuderia il deputato Edoardo Ziello. «Perché in fondo – dice sconsolato Manuel Vescovi, senatore d’osservanza giorgettiana – decidono tutto i leader». Sì, seppure al primo giro in parlamento, ormai anche il veneto trapiantato a Quarrata l’ha capito. Quello per il Colle è il più indecifrabile dei giochi, la più misteriosa delle alchimie politiche, per giorni può sembrare una palude di sabbie mobili in cui tutto e nulla si muove, dove si consumano vendette e tradimenti, si agitano illusioni e illusionisti, ma tutto questo lavorio «ci passa sopra la testa». «Fino a quando voteremo con questo sistema saremo ancora nella Prima Repubblica. Il Presidente dei sogni? Eletto dai cittadini», dice girando via Whatsapp il suo disegno di legge sul presidenzialismo, che ha ribattezzato iconicamente “Stati Uniti d’Italia”. Ma di questa inanità da grande elettore, in fondo, è conscio pure Giani, ritto davanti alla Camera fin dalla mattinata sebbene il turno delle Regioni sia previsto in serata. Interviste a raffica. «Ma questa è una opportunità anche per stringere relazioni, vedere ministri, scovare bandi, finanziamenti», racconta.

Sul Colle s’è preparato un discorso. Il Presidente dei sogni? Mattarella o Draghi. L’opportunità arriva alle 15. Diretta su La7. L’inviato di Mentana lo pesca in un vicolo insieme a Andrea Marcucci e Antonio Mazzeo, il senatore ribelle del Ciocco e il presidente del consiglio regionale. «A proposito di correnti Pd e di chi non dimentica Renzi», esordisce spiritoso Mentana.

Giani parte in tromba ma la prende larga. Parecchio larga. Rammenta Bettino Ricasoli, il «contributo» dato dal Graducato all’Unità d’Italia, tanto che, ok, sarà pure una maratona, dice il direttore, «ma non ci faccia tutta la storia, suvvia, presidente». E allora il governatore ha una sua teoria verista e va al sodo, ché poi è il nodo da sciogliere in queste ore. Sulla spiaggia del Quirinale, osserva, «non dovranno restare né vincitori né vinti». Se quest’elezione ha un andamento darwiniano, deterministico, alla fine del piano inclinato non potrà esserci un presidente di parte. Solo che i toscani non sembrano proprio riuscirci a non litigare, battibeccare, polemizzare. Così se la linea del leader pisano Enrico Letta sembra una manovra di avvicinamento con Salvini su Draghi, il lucchese Marcucci dice che no, «Draghi deve restare a Palazzo Chigi» e che «Casini ha le caratteristiche per unire».

Ma non è che le frizioni siano solo fra i dem. Fra i dem, anzi, temono soprattutto l’imprevedibilità grillina. Così se uno come Francesco Berti, Cinque stelle livornese, si fa pragmatico e non pone veti a Draghi patto che «ogni accordo sul Capo di Stato garantisca stabilità, un governo fotocopia e una legge elettorale proporzionale», la senatrice Laura Bottici sogna ancora Andrea Riccardi, il candidato di bandiera.

Matteo Renzi questa volta osserva guardingo. Brucia candidati: «Riccardi non verrà mai eletto», si burla un po’ di Salvini: «Ognuno ha il suo stile, c’è chi pubblicizza gli incontri e chi li fa restare segreti». Ricorda che per portare il premier al Quirinale serve acconciarsi per un nuovo governo.

C’è poi chi può raccontarli senza avervi partecipato: «Anche stamani proseguono riunioni e incontri per cercare la più ampia convergenza possibile intorno a una figura che sia davvero rappresentativa di tutte e tutti gli italiani», scrive su Facebook Mazzeo. E sarà pure come racconta Andrea Romano, convinto che fra i dem «non ci saranno franchi tiratori e l’aver rinunciato a candidati di bandiera riduca la conflittualità in vista di una decisione condivisa», ma è proprio fra Pd e Cinque stelle che si annidano i trappoloni nel centrosinistra Un drappello di ex renziani sarebbe pronto a sostenere Casini e fra i 5stelle starebbe prevalendo la corrente di Luigi Di Maio, la linea del pragmatismo.

Intanto, nelle chat dei toscani circola anche un’ipotesi balzana. Se deve essere bianca, allora meglio Ruchenka. È il nome pronunciato in un vocale di una mamma livornese diventato una specie di tormentone. «Ha ragione Ruchenka, i figlioli positivi vanno tenuti frallafi...».

«Se dovessi astrarmi, direi Mattarella bis – dice Elisabetta Ripani, deputata di Coraggio Italia – ma siamo seri, non possiamo permetterci di cincischiare. Entro il fine settimana il Paese deve aver un Presidente». Certo, non è che a destra ci sia tutta questa compattezza. Se Salvini sta lavorando sul premier, dalle parti di Forza Italia sono ancora adontati per l’uscita di scena del Cav. «Indegno che Letta dica che qualsiasi nome di centrodestra farebbe la fine di Berlusconi. È proprio vero che il cognome non è latore di patrimonio genetico. E per noi Draghi resti al Quirinale», tuona il fedelissimo Massimo Mallegni. Sembrano tutti un po’ in gita. Tutti fuori dal recinto delle belve. Osservano, non lottano. Poi, alle 16.15, un parlamentare risponde al primo squillo. Sembra quasi impossibile. Nessun sottofondo particolare, nessun chiacchiericcio da vicoli del potere. Manfredi Potenti, leghista livornese: «Sono al drive through – dice – Ho saputo ieri sera di essere positivo. Sto per votare. Cosa? Bianca. Anche se dé, in qualche chat c’è chi dice Ruchenka».

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