Un presidente che parli al mondo

Da domani (lunedì 24) il Parlamento si riunisce a Camere riunite per eleggere il presidente della Repubblica e sono dunque ore cruciali per i leader politici chiamati a una scelta decisiva per il futuro dell’Italia. Qui – in una rubrica dedicata ai temi internazionali – vorrei evidenziare quanto sia importante in politica estera il ruolo del presidente della Repubblica.

Come si sa la Costituzione (articoli 63 e 87) affida al presidente della Repubblica il compito di rappresentare l’unità della nazione e di essere garante del pieno rispetto dell’ordinamento costituzionale. La sua è una figura “neutra” rispetto ai tre poteri – governo, parlamento, magistratura – intorno a cui è organizzata la nostra democrazia. Ma “neutro” non significa ininfluente.

La Costituzione infatti affida al presidente compiti politicamente impegnativi, non solo in politica interna, ma anche in politica estera: ha il comando delle forze armate, presiede il Consiglio supremo di politica estera e di difesa, dichiara lo stato di guerra deliberato dalle Camere, accredita i rappresentanti diplomatici dei Paesi esteri, ratifica i Trattati internazionali approvati dal Parlamento. E oltre a questo il presidente svolge un’intensa attività di rappresentanza sia nelle relazioni bilaterali dell’Italia con Paesi esteri, sia in fora internazionali. Insomma, un ruolo politico particolarmente pregnante che – pur privo di compiti esecutivi – esercita un’influenza rilevante sugli indirizzi e la proiezione internazionale del Paese.

Gli esempi non mancano. Il Trattato del Quirinale, sottoscritto qualche settimana fa da Macron e Draghi, ha avuto nel presidente Sergio Mattarella il primo e principale sponsor.

Ha aperto le prime pagine di tutti giornali qualche mese fa la fotografia del presidente Mattarella che – mano nella mano con il presidente sloveno Pahor – rendeva omaggio alle vittime italiane delle foibe titine e quattro antifascisti sloveni mandati a morte dai tribunali speciali di Mussolini, atti di riconciliazione che – senza nulla dimenticare – consentano di superare le ferite della storia.

Giorgio Napolitano e Carlo Azeglio Ciampi svolsero un ruolo decisivo nel garantire l’Europa e la comunità internazionale sulla affidabilità del nostro Paese in momenti di particolare fragilità e instabilità dell’Italia.

Oscar Luigi Scalfaro – a lungo membro della Commissione Esteri della Camera – fu particolarmente attento a tutto ciò che riguardava la proiezione dell’Italia e impegnò la sua persona in atti particolarmente significativi, come – per fare un solo esempio – il Trattato di amicizia con la Croazia, volto a lasciare definitivamente alla spalle i conflitti del confine adriatico.

E andando indietro nella storia Giovanni Gronchi – con scelta coraggiosa e non da tutti condivisa – fu il primo presidente di un Paese occidentale a recarsi a Mosca nel pieno della guerra fredda, dando così un segnale forte della necessità di aprire una fase di distensione e coesistenza pacifica.

Peraltro in un mondo sempre più interdipendente e globale il sistema delle relazioni internazionali si esprime oggi in una pluralità di modi: accanto al ruolo dei ministri degli Esteri è via via cresciuto l’impegno diretto dei primi ministri; e ai tradizionali rapporti tra governi si sono affiancate una intensa diplomazia parlamentare e un ruolo di primo piano della diplomazia presidenziale. Basterebbe pensare al rilievo forte e alla intensità che hanno assunto le visite di Stato dei presidenti di Repubblica.

Tutto ciò dovrebbe rendere evidente che il presidente della Repubblica deve essere una figura che per profilo, esperienza, relazioni sia autorevole e riconosciuto a livello internazionale.

Così come autorevole e riconosciuto nel mondo deve essere chi guida il governo.

Lo si è ben visto in questi mesi nell’Unione europea dove Mario Draghi, insieme a Macron, ha assunto un ruolo centrale da tutti riconosciuto. Ecco la priorità che i leader in queste ore debbono avere presente: l’Italia ha bisogno che sia al Quirinale, sia a Palazzo Chigi siedano personalità forti, autorevoli, riconosciute.

Il che tradotto in concreto vuol dire che se l’intesa tra le forze politiche convergerà su Draghi al Quirinale – e certamente l’attuale premier ha tutta l’autorevolezza e i titoli richiesti – occorrerà individuare un primo ministro forte e autorevole che salvaguardi lo spazio internazionale che l’Italia ha conquistato con Draghi.

E se viceversa l’intesa tra i partiti concorderà di scegliere per il Colle un’altra personalità, si scelga chi abbia un profilo internazionale autorevole e riconosciuto in grado di rappresentare al meglio l’Italia nel mondo. Due scelte complementari, decisive per la stabilità e la credibilità dell’Italia. © RIPRODUZIONE RISERVATA