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Lopalco: "I vaccini anti-Covid? Più efficaci di quelli contro l’influenza. Quarta dose ai fragili"

Pier Luigi Lopalco

L’epidemiologo Pier Luigi Lopalco spiega come ci difenderemo in futuro. «Non è scritto che servirà un’iniezione ogni 4-6 mesi» 

La quarta dose di vaccino per tutti, al momento «non è sul tavolo». Non è un argomento all’ordine del giorno. Come non si ragiona di vaccinare le persone contro il Covid ogni quattro o sei mesi. Al contrario – spiega l’epidemiologo Pier Luigi Lopalco – è possibile pensare che si arriverà a vaccinare, una volta l’anno, contro il coronavirus (e varianti) almeno le persone più fragili. Proprio come già accade per l’influenza.

È realistico pensare che il coronavirus non ci abbandonerà più. Come è realistico pensare – aggiunge il professor Lopalco – che emergeranno nuove varianti del virus, ma che non ci dovranno preoccupare perché il vaccino contro il Covid è «molto più efficace di quello che abbiamo contro l’influenza».


Professor Lopalco, stiamo vivendo giorni un po’confusi, con dati sulla pandemia che appaiono contradditori: calano (lievemente) i contagi, ma aumentano i decessi. È altalenante il numero dei ricoveri nelle terapie intensive e nei reparti Covid ordinari. Che cosa sta accadendo?

«Sta accadendo quello che succede in una qualsiasi fase di transizione quale è quella attuale. In una fase di passaggio, registriamo alcuni elementi tipici della pandemia: ci sono persone in terapia intensiva, ci sono decessi; ma ci sono anche elementi tipici della transizione: la circolazione del virus è più “pacifica”, meno aggressiva. Questo perché, appunto, la circolazione del virus passa dalla fase pandemica (straordinaria) a quella endemica».

Che differenza c’è tra fase endemica e fase pandemica?

«La fase endemica è quella nella quale l’infezione circola senza che la popolazione se ne accorga: ci sono per lo più pazienti asintomatici. Poi, per alcuni motivi – ad esempio cambiamenti stagionali, mutazioni del virus, l’avvento di varianti – si hanno picchi epidemici. È quello che accade anche con l’influenza. Il virus dell’influenza è ormai endemico, noi ci accorgiamo che circola in inverno quando registriamo il picco epidemico».

Significa che il Covid assomiglierà sempre di più all’influenza, come andamento?

«Significa che il coronavirus è un virus come è un virus quello che causa l’influenza. Noi ora stiamo passando dalla fase pandemica alla fase endemica, con picchi (di epidemia) di Covid che diventeranno stagionali come avviene per tanti altri virus respiratori. Avverrà così tutti gli anni, come avviene per tante altre malattie respiratorie: ogni anno abbiamo aumenti di polmoniti virali ma se ne accorgono solo gli specialisti che le curano. Come abbiamo picchi di influenza a gennaio e febbraio».

Quindi sarà necessario un vaccino l’anno o ci dovremo vaccinare, come ora, ogni quattro-cinque mesi contro il Covid?

«Partiamo dall’influenza. Oggi ci vacciniamo una volta l’anno ed è sufficiente, eppure l’efficacia del vaccino influenzale è molto più bassa dell’efficacia del vaccino Covid. I vaccini Covid sono più efficaci di quelli influenzali».

Professore potrebbe sembrare che non sia così: altrimenti perché ci siamo dovuti vaccinare tre volte in un anno contro il Covid? Due dosi più il richiamo dopo cinque mesi?

«Le prime due dosi, in realtà, fanno parte del cosiddetto “ciclo primario” e la terza dose è stata quella di richiamo. Sono state necessarie così tante dosi in pochi mesi perché ci troviamo nella fase di pandemia, la popolazione era interamente suscettibile (all’infezione) e in questa fase dobbiamo coprire il più alto numero di soggetti più velocemente possibile per rallentare la diffusione di un virus pericoloso. Nel momento in cui la circolazione del virus inizia a rallentare, anche il controllo dell’infezione assume ritmi diversi».

È per questo che non ci sarà bisogno di vaccinarsi più volte nel corso del prossimo anno?

«Non sta scritto da nessuna parte che contro il Covid sarà necessario un vaccino ogni sei mesi e neppure ogni quattro. Dopo che sarà stata effettuata la terza dose, osserveremo quale sarà l’andamento dell’infezione e vedremo come comportarci: se fare richiami, se farli alle persone fragili nel caso in cui continuino a essere più suscettibili al contagio. Inoltre dovremo anche considerare come comportarci avendo a disposizione in futuro vaccini diversi e trovandoci di fronte a un pannello diverso di varianti. A questi interrogativi saremo in grado di rispondere nel corso dell’anno».

Quindi è certo che ci saranno nuove varianti del virus.

«Certo. Ogni virus varia in continuazione. Il virus è composto da un filamento di Rna (macromolecola che converte le informazioni genetiche del Dna in proteine, ndr) . Il filamento di Rna entra in una cellula e si duplica: nel duplicarsi, avvengono errori. Bisogna pensare a Rna come a una collanina fatta di perline che, nella copia, possono essere leggermente diverse. Gli errori nella duplicazione delle perline comportano la creazione di particelle virali differenti: alcune modifiche possono essere favorevoli alla diffusione del virus, alla sua convivenza nell’ospite; altre modifiche possono essere contrarie al virus.

Se il virus mutato ha sulla superficie una variante di proteina spike dalla forma favorevole, ha più facilità a entrare nelle cellule e infettare l’ospite».

Nel caso della variante Omicron che cosa è successo?

«Nel caso di Omicron abbiamo una variante che si diffonde più facilmente, ma che è meno grave di altre. Omicron è una variante meno aggressiva: negli errori di duplicazione il virus ha perso la caratteristica di provocare danni ai polmoni, ma è molto favorevole alla diffusione».

E come saranno le prossime varianti?

«Possiamo dire che ci saranno nuove varianti. Già ora si sta evolvendo la variante Omicron. Ma dire come saranno le prossime varianti non è possibile: le caratteristiche sono completamente casuali, nascendo da errori nel processo di duplicazione».

Professore, che cosa risponde a chi sostiene che la diffusione del virus è colpa dei vaccinati?

«Questa è una delle notizie più false diffuse dai no-vax. Chi si vaccina, anche se non acquisisce la capacità di bloccare del tutto la circolazione del coronavirus – perché ancora si può infettare e trasmettere l’infezione – ha una probabilità molto più bassa di farlo rispetto a chi non è vaccinato. Grazie al vaccino, ha una capacità molto ridotta non solo di infettarsi ma soprattutto di infettare gli altri anche perché – e questo è importante – la capacità di infettare di un vaccinato dura un periodo più breve di un non vaccinato. E dura meno anche l’infezione. Per questo l’isolamento di un vaccinato positivo ha senso che duri meno giorni dell’isolamento di un positivo non vaccinato: sette giorni contro dieci».

E perché in questo momento si contagiano con più frequenza, a volta in modo anche grave, i bambini della fascia 0-3 anni? Non sono vaccinati, ma in principio si diceva che il Covid non fosse pericoloso per i bimbi.

«Pensiamo che il Covid-19 è un virus nuovo e abbiamo imparato a conoscerlo. I bambini sono meno protetti perché nascono con gli anticorpi trasmessi dalle mamme. E noi abbiamo moltissime mamme che ancora non sono vaccinate contro il coronavirus. Non essendo vaccinate, non possono trasmettere la protezione ai neonati: così i bimbi, più piccoli sono, più esposti risultano al virus. Il problema è che c’è ancora molto resistenza al vaccino anti-Covid nelle donne in gravidanza. Piano piano dobbiamo cercare di far comprendere che con la vaccinazione, proteggono non solo se stesse ma anche chi amano. E questo è un principio che vale per tutti: chi si vaccina protegge se stesso e chi ama».

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