“Giusto la fine del mondo” tra la famiglia e la morte

Una scena di “Giusto la fine del mondo”

Il testo è fra i più significativi del Novecento, prima che toccasse quota Duemila. E non a caso si intitola “Giusto la fine del mondo”. Il suo autore, Jean-Luc Lagarce, fa parte di quella schiera di scrittori che una volta avremmo detto “maudit”. Lagarce, morto di Aids nel 1995 a soli 38 anni, è un vanto della drammaturgia transalpina contemporanea, tanto da essere il nome più rappresentato in Francia, dopo Shakespeare e Molière, oltre a essere oggetto, dal Sudamerica alla vecchia Europa, di omaggi, convegni, pubblicazioni, tesi di laurea, traduzioni, messinscene. Da noi lo trattò Luca Ronconi nel 2010 per il Piccolo di Milano (l'allestimento approdò anche a Firenze, alla Pergola) mentre ora diretto da Francesco Frangipane, sempre nella versione di Franco Quadri, arriva da stasera a domenica al Metastasio di Prato che lo coproduce insieme ad Argot. Lagarce concepì questa “fine del mondo” prima di scoprirsi sieropositivo. Poi pubblico e privato finirono per incrociarsi. La storia, finita anche sullo schermo per mano di Xavier Dolan che si guadagnò il Grand prix della giuria al festival di Cannes 2016, è quella del giovane Louis (Alessandro Tedeschi), uno scrittore che ritorna a casa dopo una lunga assenza, interrotta qua e là da brevi messaggi su cartoline illustrate. Louis è malato, ha l'Aids, sa che poco tempo gli resta da vivere. Vuole essere lui a dare la “notizia”. Ad aspettarlo trova la madre vedova (Anna Bonaiuto), i due fratelli Antoine (Vincenzo De Michele) e Suzanne (Angela Curri) e la cognata Catherine (Barbara Ronchi). Sono lunghi flussi emotivi, in cui ciascuno grida la propria insoddisfazione e frustrazione, ma ogni dialogo si riduce a inutili tentativi di riempire il vuoto con la bulimia verbale, tanto che Louis ripartirà la sera stessa, senza aver confessato il vero motivo della sua visita. Emozionale e scontrosa la scrittura di Lagarce offre allo spettatore lo squarcio “finale” di una parola densa e refrattaria fino alla più indisponente reticenza. «È un lavoro riflessivo e filosofico, poetico e lancinante – spiega Frangipane - che mentre parla di famiglia e di morte, affronta il tema dell'incomunicabilità, cercando una sua sintassi, distante sia dal naturalismo e che dal fraseggio quotidiano».

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