Draghi al Colle, la via stretta per il governo

Nell’ipotesi in cui Draghi venga eletto Presidente della Repubblica si porrebbero alcuni problemi di successione al Governo, anche in considerazione che si tratterebbe di una "prima volta": fino ad oggi, infatti, nessun Presidente del consiglio in carica è stato eletto Capo dello Stato.

Merita dunque considerare tale eventualità, concentrando intanto l’attenzione sulla "successione" al vertice dell’esecutivo.

Come su molti altri aspetti di questa procedura, non vi è una regola chiara, e quindi da più parti si fa riferimento ad una disposizione della legge n. 400/1988, che regola l’attività del Governo, e in particolare all’art. 8, che ha ad oggetto i Vicepresidenti del Consiglio.

In essa è stabilito che in caso di assenza o impedimento temporaneo del Presidente del Consiglio, la supplenza spetta al vicepresidente. Se questi non è stato nominato, allora la supplenza «spetta, in assenza di diversa disposizione da parte del Presidente, al ministro più anziano secondo l’età».

In forza di ciò, si sostiene che il naturale sostituto di Draghi, qualora eletto Capo dello Stato, sia il ministro Brunetta in quanto più anziano di età.

Ma le cose non sembrano stare così. In primo luogo vi sono forti dubbi sulla applicabilità al caso di specie della disposizione richiamata, che riguarda i casi «di assenza o impedimento temporaneo» del Presidente del Consiglio: l’elezione di questi a Presidente della Repubblica può essere considerata un caso di "assenza" o di "impedimento temporaneo" (in questo caso, per sette anni?)? Il dubbio pare fondato: sebbene in mancanza di altra regola è comprensibile che ci si possa riferire a quella più "vicina". Ma almeno per il futuro un qualche intervento normativo sarebbe auspicabile per chiarire la situazione.

Ma diamo per buono che l’elezione eventuale di Draghi possa costituire un caso di assenza o impedimento. In tale ipotesi, la legge pone tre alternative, classificate in ordine di priorità: o vi è un vice-Presidente, o la supplenza è attribuita al ministro indicato dal Presidente (sarebbe questa l’ipotesi di «diversa disposizione da parte del Presidente») ovvero, infine, al ministro più anziano. Per arrivare alla terza, come è evidente, bisogna che nessuna delle altre due si possa attivare. Valutiamo dunque le prime due. Quanto alla prima (la nomina di un vice-Presidente) la stessa disposizione della legge n. 400 stabilisce che questa può essere proposta dal Presidente al Consiglio dei ministri, che la può (o meno) approvare. Questa soluzione non ha limiti di tempo: per fare solo un esempio, Marco Follini fu nominato vice-Presidente del Governo Berlusconi II tre anni e mezzo dopo l’insediamento dell’esecutivo. Quindi nulla impedirebbe, nella presente circostanza, che Draghi indicasse al Consiglio dei ministri un vice e il Consiglio lo nominasse. E questa soluzione, tra l’altro, potrebbe essere il frutto di una condivisione con l’attuale maggioranza.

La seconda alternativa è che Draghi indichi, da solo, un sostituto. Ipotesi, questa, certamente meno "collegiale", ma che potrebbe essere utile per evitare un’eventuale "conta" in Consiglio dei ministri. Oltretutto tenendo conto che, sempre nell’ipotesi in cui lo stesso Draghi venga eletto Presidente della Repubblica, spetterebbe comunque a lui scegliere il futuro Presidente del Consiglio.

Se, infine, nessuna delle due strade indicate fossero seguite, allora si dovrebbe far ricorso alla terza, che vedrebbe, come detto, Brunetta Presidente del Consiglio facente funzioni, per poi dimettersi (auspicabilmente) appena il nuovo Capo dello Stato abbia prestato giuramento.

Questa è la situazione: la sostituzione di Brunetta a Draghi può bensì essere frutto di una scelta politica, ma non è giuridicamente obbligata.

Post scriptum. Sembra che alcuni partiti si stiano organizzando per "tracciare" i voti dei parlamentari. Lo ha suggerito anche Verdini nella lettera di cui questo giornale ha parlato. Trattandosi di voto segreto, è evidente che si tratta di un modo per eludere l’obbligo di segretezza (almeno parzialmente). Il rimedio sarebbe semplice: basterebbe che il Presidente della Camera dichiarasse, in apertura di seduta, che l’unico modo valido per esprimere il voto è scrivere nome.cognome, e che ogni altra espressione di voto verrebbe dichiarata nulla. Si tratterebbe di puro buon senso.

*costituzionalista