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Tamponi e mascherine, il rimborso ha un "buco": sono detraibili ma serve lo scontrino "parlante"

Ecco come fare per riavere indietro una parte della spesa effettuata. Il tagliando solo in farmacia e nei supermercati che si attrezzano

Mascherine FFp2 e test antigenici per diagnosticare sono ormai strumenti di uso quotidiano. In alcuni casi obbligatori per tornare al lavoro o per arginare la diffusione del virus. Si comprano un po’ ovunque: dalle farmacie, alle parafarmacie ai supermercati della grande distribuzione organizzata. Si parla di centinaia di migliaia di prodotti venduti ogni giorno. Ma per chi li acquista c’è ancora da capire ai fini fiscali come comportarsi. Sono detraibili. Ma quanti? Come? Se facciamo l’acquisto di questi dispositivi medici, seguendo tutte le autorizzazioni e certificazioni del Ministero della salute, in luoghi diversi dalle farmacie ci troviamo davanti a modalità diverse per quanto riguarda la loro deducibilità nel 730 ovviamente dell’anno successivo alla data di acquisto. La richiesta di rimborso dovrà avvenire nella dichiarazione dei redditi del 2023 ma già da ora dobbiamo sapere quali sono i documenti necessari.

Le indicazioni su come fare

I dispositivi medici sono deducibili nella dichiarazione dei redditi come credito d’imposta se acquistati anche al di fuori delle farmacie. Questo è scritto bianco su nero, anche dalla stessa Agenzia delle Entrate. Perché lo scontrino sia valido ai fini delle spese sanitarie sostenute dal cittadino però è necessario che nel documento di spesa siano riportate alcune voci: in primis il codice fiscale della persona che fa l’acquisto e che nello scontrino “parlante” sia riportato il codice AD o PI (che attesta la trasmissione al sistema tessera sanitaria della spesa per dispositivi medici) .

Nel caso di acquisto dei dispositivi medici nelle farmacie, è possibile pagare in contanti con relativo riconoscimento della spesa. Nel caso di pagamento con bancomat, si deve allegare la copia della transazione bancaria in virtù del collegamento diretto anche con l’Agenzia dell’Entrate. È necessario (per esempio scontrino fiscale o fattura) che risulti chiaramente la descrizione del prodotto acquistato e la persona che sostiene la spesa. In sostanza, non sono considerati validi gli scontrini e le fatture con la sola dicitura “dispositivo medico”. Ma se l’acquisto di mascherine FFp2 e tampone antigenici lo facciamo nei supermercati cosa accade?

I dispositivi medici nei supermercati

È qui che ci si trova davanti al “buco” di sistema. I supermercati come le parafarmacie vendono ormai come beni di consumo quotidiano mascherine e tamponi antigenici. Una cosa di routine. Sulle mascherine FFp2 grava l’Iva al 5%, mentre i tamponi antigenici sono esenti Iva. Il costo dei tamponi, con regolare marchio CE e descrizione delle autorizzazioni ministeriali, varia dai 6 ai 16 euro a confezione. Fin qui tutto regolare, come sono regolari e certificati i prodotti che vengono venduti nelle maggiori catene della grande distribuzione organizzata. In molti casi i tamponi antigenici “fai da te” sono gli stessi che vengono venduti nelle farmacie. Il problema nasce al momento del pagamento e del riconoscimento della deducibilità della spesa da portare in detrazione. Nelle farmacie il cliente riceve lo scontrino parlante, con codice fiscale, passaggio della tessera sanitaria e codice AD, e copia della transazione bancaria eseguita. La deducibilità è chiara. Come è chiara nei presidi sanitari, anche se paghiamo in contanti. Più complessa è la situazione nei supermercati, dove la spesa dei beni alimentari fatta assieme ai dispositivi medici si confonde e soprattutto, nella stragrande parte dei casi, non viene emesso il cosiddetto scontrino parlante, con codice fiscale del cliente. Le grosse catene della distribuzione alimentare sono di fronte a un bel problema.

Al lavoro per la soluzione

Il passaggio dei dispositivi medici sul carrello della spesa nei supermercati crea qualche disagio. Conad e Unicoop Firenze, due grosse catene della grande distribuzione lo ammettono senza nascondersi. Ma la soluzione, dicono, si può trovare. Se Unicoop Firenze, circa 8.000 dipendenti, sta pensando di ricorrere ai corner per rilasciare specifica fattura sull’acquisto dei dispositivi medici, c’è chi sta lavorando sull’aggiornamento dei software e delle casse. «Il cliente fatta la spesa può rivolgersi al corner del supermercato chiedendo una specifica fattura per i dispositivi medici acquistati, tamponi e mascherine, da farsi sul codice fiscale dell’acquirente», rispondono a Unicoop Firenze. In molti supermercati Conad, invece, sono già pronte le casse che riconoscono il codice fiscale del cliente e mettono nello scontrino la scritta “tampone dispositivo medico”. «Il problema è chiaro e legittimo e la questione è tutta in divenire. Ci stiamo organizzando con casse che emettono scontrino parlante e con relative disposizione su mascherine e tamponi nello scontrino in modo specifico, così come richiesto. Abbiamo il collegamento generale con l’Agenzia delle entrate ogni sera per la comunicazione degli incassi. Ora resta il fatto di aggiornare e comunicare a tutti i supermercati questa indicazione», dice Maurizio Ciucchi della direzione centrale di Conad.