«Quando Schettino tornò a bordo»: Sestini 8 ore in mare per la foto-simbolo

Sestini che si immerge davanti al relitto e Schettino che torna a bordo

L’urlo muto del relitto nelle immagini del grande fotografo. Da 1200 piedi l’immagine zenitale della nave adagiata

FIRENZE. Il dolore. Non strillato. Profondo. A rilascio lento. Le immagini di Massimo Sestini vogliono lasciare questo della Concordia. Un grido lacerante, profondo, non sguaiato. Il lavoro di anni. Sono immagini scattate da fuori che vanno dentro. E che rendono prezioso il volume sui dieci anni del naufragio in omaggio domani con Il Tirreno.

Sestini, c’è una foto in cui si vede Schettino che sale sulla Costa Crociere tutta distrutta, l’unica che testimonia il suo ritorno a bordo.


«Sì, è una foto in cui si vede questa scala di ferro con cui la Procura portò Schettino a fare un sopralluogo durante il processo. Il capitano che ritorna sulla nave, una foto che avrei voluto fare».

Come c’è riuscito?

«Pensai che se avessi noleggiato una barca e fossi stato in mezzo al mare con un teleobiettivo potentissimo avrei visto Schettino salire su quella scala, cosa che da terra era impossibile fare. Una volta in mezzo al mare dondolavo, e avendo un teleobiettivo tanto potente non potevo vedere nulla, impossibile prendere la mira. Sono rimasto otto ore in mezzo al mare scattando raffiche di foto ogni volta che vedevo un puntino muoversi su quella scala. Poi solo la sera riguardandole al computer sono riuscito a trovare tra le tante scattate proprio la foto che avevo immaginato e avrei voluto fare. Confesso però di non essere stato consapevole di averla scattata».

Il suo rapporto con questa vicenda è stato molto lungo...

«Sì, tanti anni di lavoro fin dalla prima notte, in quattro colleghi per documentare tutto. Poi ho fatto di tutto per poter ritrarre la Concordia dall’alto perché ho capito subito che vedere una nave in quella posizione, se non si fa caso a quello che ha intorno, sembra semplicemente che stia navigando».

Da lontano per entrare nelle cose...

«A volte la prospettiva da lontano fa entrare prepotentemente nella notizia molto di più rispetto a una foto fatta da un gommone davanti alla nave. Una settimana dopo il naufragio sono andato con gli incursori della Marina Militare e mi sono immerso facendo le foto dei subacquei nel vano degli ascensori e poi ho fatto di tutto per poter continuare a volare per fare quei cinque o sei step diversi delle varie fasi fino a chiudere quando è ripartita dal Giglio».

Non solo le coste del Giglio, quindi?

«No, alcuni colleghi hanno seguito la Concordia fino a Genova, portata da Nick Sloane, mentre io sono andato anche a Bucarest a fotografare la hostess, Domnica Cemorta (con cui cenò Schettinola sera dek naufragio)».

Un momento emozionante che ricorderà?

«Immergermi con il vedovo che ha perso la moglie nella tragedia mentre le porta i fiori in fondo al mare dove c’è una lapide con la sua fotografia davanti alle coste del Giglio».

Cosa le ha lasciato questa esperienza?

«Il dolore e soprattutto il dramma di un naufragio del genere si trasmette di più ai lettori più che con immagini tragiche con foto meno tragiche e più emozionanti. Il mio scopo voleva essere lo stesso della foto del barcone con i cinquecento migranti che guardano nel mio obiettivo mentre ero su un elicottero che è apparso d’improvviso sulle loro teste. Foto che è diventata iconica: voleva raccontare senza dover ricorrere a immagini di morti in mare».

Da un punto di vista estetico c’è uno scatto che preferisce più di altri?

«Quello zenitale, immagine simbolo della Concordia per la quale ho seguito la regola opposta a quelle che ti insegnano nelle scuole di fotogiornalismo. È stata scattata a 1.200 piedi d’altezza e ha un effetto devastante».



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