Costa Concordia, la prima telefonata di una naufraga: «Aiutateci, a bordo non ci danno risposte»

Il carabiniere che a Prato prese la prima telefonata della figlia di una naufraga sopravvissuta 

«Ho pensato fosse uno scherzo, poi la descrizione dei particolari mi ha subito fatto comprendere la serietà della situazione: stava avvenendo un disastro». Ciro Formuso la sera del 13 gennaio di dieci anni fa era in servizio al comando dei carabinieri a Prato. Fu lui, nonostante la distanza dal luogo del naufragio della Costa Concordia, il primo a dare l’allarme per azionare la macchina dei soccorsi.

«Ero in sevizio nel turno che va dalle 19 all’una di notte, era una serata piatta, senza particolari emergenze. Attorno alle 22 – racconta il carabiniere che oggi ha 62 anni ed è in pensione – chiama una signora che mi segnala una cosa strana, una situazione che riguarda una nave. Pensavo fosse uno scherzo. Ho capito che non era così solo quando la donna ha cominciato a raccontare dei particolari». Per la precisione la telefonata al 112 pratese viene registrata alle 22.02: le 21.45 e 7 secondi, invece, è l’orario dell’impatto della Concordia contro gli scogli de Le Scole, vicino alla costa del Giglio.


A chiamare i carabinieri è Lucia Calapai, residente a Prato, oggi 51 anni: ha appena ricevuto un allarme convulso da sua madre, Concetta Rovi, che figura fra i 3.216 passeggeri della nave da crociera, scampata al naufragio. «La donna mi spiegò che aveva sua madre sulla nave da crociera Costa Concordia e che le avevano fatto indossare il giubbotto di salvataggio», ricorda Formuso spiegando anche che, capito cosa stava accadendo, si spaventò molto. «Ho avuto un flash delle immagini viste in tv della Moby Prince, il traghetto andato a fuoco nella rada del porto di Livorno il 10 aprile 1991.

La madre della donna che mi ha chiamato aveva telefonato alla figlia. Questa aveva fatto una serie di telefonate e nessuno sapeva darle risposte. Così arrivò a me: mi parlò dei giubbotti di salvataggio, del fatto che stavano calando le scialuppe, diceva che sulla nave non sapevano rispondere a nulla. A quel punto ho chiamato la sala operativa dei carabinieri di Livorno: non ne sapevano nulla. Mi hanno passato la capitaneria di Porto di Livorno: stessa risposta. Saranno passati tre minuti, abbiamo attuato immediatamente i collegamenti. Espressi il dubbio al collega che secondo ciò che era stato descritto o avevano speronato una nave o questa era incappata in qualche secca. Subito dopo chiamai il numero di cellulare della donna sulla nave, che mi aveva fornito la figlia. Rispose subito: mi disse “Guardi sono cascati i piatti e i bicchieri nel ristorante, c’è tanta confusione”. Provai a rassicurarla, le dissi che mi stavo interessando del loro caso, di tenere i nervi saldi».

Concetta Rovi, che vive in Sicilia, chiamò in caserma a Prato per ringraziare qualche giorno dopo: «Ma parlò con il comandante. Purtroppo da quel giorno non ci siamo mai più sentiti».