Costa Concordia, nel disastro spiccò l’orgoglio dei soccorsi: «Macchina perfetta»

L’ex presidente della Provincia di Grosseto, Leonardo Marras ricorda quelle notti in bianco di dieci anni fa: «Il riscatto di tutti gli italiani»

ISOLA DEL GIGLIO. Poteva rimanere la storia di una scellerata leggerezza che si trasforma in tragedia. Abbronzato, nella sua candida divisa bianca a braccetto dell’amante ballerina, il comandante della Costa Concordia, Francesco Schettino, quella sera del 13 gennaio 2012 aveva giocato con la vita di 4.200 persone, lanciando la nave a folle velocità dritta all’Isola del Giglio, poi virando «Otherwise we go on the rocks», «altrimenti andiamo sugli scogli», disse, ma finendo comunque con la poppa sul granito delle Scole.

Poteva rimanere, agli occhi del mondo, la storia del “solito” italiano delle barzellette, elegante e cialtrone. Poteva davvero essere una storia, oltre che di morte, anche di disonore. E invece così non è stato.


Il naufragio della Concordia ha raccontato al mondo anche un altro volto dell’Italia. Il volto dei gigliesi che quella notte spalancarono le porte delle loro case ai naufraghi. Ma anche il volto delle istituzioni, che hanno saputo dare una lezione. A partire dalle più piccole e periferiche articolazioni.

Leonardo Marras, oggi assessore regionale, all’epoca era presidente della Provincia di Grosseto da tre anni. Aveva 39 anni, compiuti la sera prima della tragedia. «Ero a cena con amici a Baccinello, vicino a Scansano, in un punto senza segnale. Ripartimmo verso le 23,30 e, ricordo, arrivai lungo la dritta per Istia d’Ombrone, un paese poco prima di Grosseto, dove torna il segnale, e mi arrivò sul cellulare una valanga di messaggi. Era successo qualcosa di gravissimo. “Una nave che va a fondo”, dicono».

Alle 21,45 la Concordia con a bordo 3.200 croceristi e 1.000 persone dell’equipaggio, aveva impattato contro gli scogli delle Scole e si era poi adagiata in un basso fondale davanti al porto. Solo un’ora e mezza dopo era stato dato ordine ai passeggeri di abbandonare la nave. Non tutti poterono salire sulle scialuppe. Per l’inclinazione dello scafo, a un certo punto non fu più possibile calarle in mare. Trentadue persone moriranno quella notte. Gli altri dovranno essere portati chi in ospedale, chi a casa. Migliaia di adulti, bambini, anziani, di cento nazionalità a cui trovare una sistemazione.

«Fu allestita la sala operativa della Protezione civile nella sede in centro storico a Grosseto – racconta ancora Marras – con il prefetto Giuseppe Linardi a capo delle operazioni, e l’ingegnere della Provincia, Massimo Luschi, capo della Protezione civile provinciale. Era un continuo vortice di notizie, all’inizio frammentarie. C’era da trovare un letto a oltre 4.000 persone, d’inverno, quando è quasi tutto chiuso».

Mentre al Giglio il primo livello di Protezione civile, quello del piccolo Comune, è già all’opera, guidato dal sindaco Sergio Ortelli, partono il livello provinciale e, a catena, quello regionale. Capitaneria, vigili del fuoco, finanza, carabinieri, polizia, 118, associazioni di volontariato: tutti convergono sull’isola. Perché dall’isola bisogna portar via le persone.

«Ho svegliato tutti i sindaci della provincia – racconta Marras – e quei posti li abbiamo trovati, anche se poi non ci fu bisogno. Alla fine furono ospitati solo i membri dell’equipaggio alla Fattoria La Principina. Altri furono accolti a Porto Santo Stefano, altri ancora furono trasferiti fuori provincia in autobus in grandi alberghi».

Tutto è complicato dalla babilonia di lingue e nazionalità: europei, americani, asiatici, arabi. «Nomi improbabili e di difficile schedulazione – ricorda Marras – Non dormimmo per tre giorni e tre notti. Il prefetto non mangiava neanche. Toccò a lui gestire anche tutti i rapporti con le ambasciate».

Una macchina operosa che per lunghi giorni andò avanti senza “guida”. Perché se è vero che le istituzioni locali si mossero subito, lo Stato no.

«L’allora presidente del consiglio, Mario Monti, mi chiamò solo sette giorni dopo», ricorda Marras. Solo il 20 gennaio fu firmato il decreto che commissariava l’emergenza. Alla guida salì l’allora capo della Protezione civile nazionale, Franco Gabrielli, uomo chiave per la buona riuscita dell’intera partita, dalla ricerca dispersi alla rimessa in asse della nave e alla sua rimozione.

Anche qui, di nuovo, la Provincia ha avuto un ruolo di primo piano. «Nessuno voleva prendersi la responsabilità di firmare il collaudo della struttura che doveva reggere il relitto per consentire la rotazione e il galleggiamento. Lo fece il nostro ingegnere Luschi». Che ancora oggi, nonostante sia in pensione, continua a occuparsi dell’Osservatorio per il ripristino dei fondali, presieduto da Maria Sargentini.

«È iniziata con il gesto scellerato di un italiano – dice Marras – ed è finita con il riscatto di tutti gli italiani. In certi momenti ho sentito la forza dello Stato. Ricordo quando Costa Crociere aveva un atteggiamento reticente su alcuni obblighi. Eravamo a Roma. Il ministro Clini in prese la parola e disse ai manager: “È la Repubblica Italiana che ve lo impone”. Non lo scorderò mai».

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