Costa Concordia, a 10 anni dal naufragio: il batterista eroe e il suo gesto dimenticato

Giuseppe Girolamo cedette il posto sulla scialuppa e morì, ma salvando la famiglia di Antonella Bologna: non ha ancora la medaglia d’oro

Elegantissimo nel suo abito scuro. Alto, snello, il viso incorniciato da una barbetta spettinata ad arte che aveva infranto chissà quanti cuori a bordo. Spaventato, sì, sul ponte della Concordia, in quella notte del 13 gennaio 2012, dalla nave che sembrava colare a picco da un momento all’altro. Anche perché lui, musicista della crociera, non sapeva nuotare. Eppure Giuseppe Girolamo, 30 anni, non esitò un attimo quando vide arrivare una donna con i suoi due bambini e il marito. «Prego, prego», disse, cedendo il suo posto sulla passerella che portava alla scialuppa di salvataggio. La famiglia si salvò. Lui è morto, inghiottito dal mare del Giglio.

Solo dopo due mesi il suo corpo è stato ritrovato. E ancora dopo dieci anni il suo gesto eroico non ha avuto dallo Stato il riconoscimento che merita. Incredibilmente, nonostante prove evidenti, Giuseppe Girolamo non ha ancora avuto la Medaglia d’oro al valore civile. Fra pochi giorni, giovedì 13 gennaio, si celebrerà il decimo anniversario del naufragio della nave da crociera Costa Concordia davanti all’Isola del Giglio. Una storia che continua a essere raccontata con il sangue di chi, da quella nave, non è mai riuscito a scendere: 32 morti tra passeggeri ed equipaggio, una vittima sul lavoro durante le operazioni di rotazione della nave, migliaia di feriti, nel fisico e nell’animo. Perché anche chi si è salvato non potrà mai dimenticare.


La famiglia che Giuseppe Girolamo ha salvato è quella di Antonella Bologna, oggi 45 anni, del marito Sergio, 44, e dei loro figli, i gemelli Emanuele e Samuele, all’epoca tre anni e mezzo. Lei e il marito erano alla loro seconda crociera sulla Concordia. «Ci eravamo stati nel 2007 in viaggio di nozze – racconta Antonella al Tirreno dalla sua casa in Sicilia – Io amo il mare ed eravamo rimasti incantati della nave. Nel 2012 volevamo rifare lo stesso giro e casualmente ci è toccata la Concordia».

Dall'archivio:


La famiglia si imbarca a Palermo, fa scalo a Civitavecchia e poi, la sera del 13 gennaio, decide di andare a dormire presto perché l’indomani, a Genova, andranno a vedere l’acquario. Poco prima delle 21,45 si avviano verso le cabine.

«Eravamo nel corridoio e stavamo per entrare – racconta Antonella – quando abbiamo sentito un colpo fortissimo».

Proprio a quell’ora la Concordia urta lo scoglio delle Scole. La nave sobbalza. Rotolano via le sedie, piatti e bicchieri, il pavimento si inclina. I passeggeri sono terrorizzati. È il caos.

La storia è nota. Il disastro della Concordia inizia proprio qui, dall’allarme dato in ritardo, dai passeggeri lasciati senza indicazioni, dall’ordine di evacuare arrivato un’ora e mezzo dopo quando la Concordia, appoggiata al basso fondale di Punta Gabbianara, davanti al porto, è così inclinata che non si riesce a stare in piedi. E non si riescono a calare le scialuppe. «Siamo andati sul ponte – racconta Antonella –. E lì non è stato come nei film, che lasciano passare prima donne e bambini. Lì c’era solo una regola: muori tu, vivo io. A noi, coi bambini, non ci volevano far salire». Antonella raccoglie tutta la forza che ha: «Mi sono detta: i miei figli devono uscire da qui senza un capello torto. E a un tratto ho visto questo ragazzo alto, vestito di nero, bellissimo». È Giuseppe Girolamo, ha 30 anni, il batterista della band di bordo. Pugliese di Alberobello, capelli lunghi, portamento elegante. Ha paura: non sa nuotare. Ma forse neanche lui immagina quello che, ancora a distanza di dieci anni, pare incredibile: una nave da 280 metri e 114mila tonnellate di stazza, incagliata su un fondale vicinissima al porto, non può diventare una trappola mortale. O forse sì. «L’ho implorato: “La prego mi faccia salire” – racconta Antonella –. Lui ha visto i bimbi che piangevano e…».

«Prego, prego», ha detto Giuseppe. E ha ceduto il suo posto alla famiglia, pensando di prendere la scialuppa successiva. . Antonella e Sergio si fanno posto nella lancia di salvataggio, un bambino per uno, stretto fra le gambe per proteggerlo dagli urti. La scialuppa non ne vuol sapere di scendere in acqua. La fiancata della nave è così inclinata che non c’è verso di muoversi. Viene letteralmente lanciata in acqua, sconquassando e ferendo i naufraghi. I cinque minuti di traversata fino al porticciolo sembrano un’eternità. Ma la famiglia è salva. Ospitata nella chiesa, come tantissimi altri naufraghi, viene rifocillata. E l’indomani torna a casa. Giuseppe non tornerà. «Dopo aver ceduto il proprio posto su una scialuppa di salvataggio per favorire l’imbarco di altri passeggeri, è poi deceduto per asfissia da annegamento», recitano le carte processuali. Il sindaco di Alberobello, Michele Maria Longo, chiese subito per lui la Medaglia d’oro. «Abbiamo imbastito la procedura – racconta Longo – e sollecitato la pratica anche ad alcuni parlamentari. Ma per anni ci è stato risposto che mancava la prova principe». Che arriva nel 2019, quando Antonella racconta la sua esperienza nel giornalino parrocchiale. La storia viene intercettata dalla Rai e, a ottobre di quell’anno, Antonella viene invitata alla trasmissione Italia Sì! di Marco Liorni. Dove conferma la ricostruzione. «La stessa testimonianza è stata poi data dalla signora alla prefettura di Alberobello», dice il sindaco. «Purtroppo è scoppiata la pandemia, e tutto si è bloccato». Alberobello, nel cui cimitero riposa Giuseppe Girolamo, era pronta a intitolargli la piazza principale, piazza del Popolo. La famiglia di Giuseppe, però, ha preferito di no, stretta ancora in un dolore muto e riservatissimo. «Eppure quella Medaglia la merita – dice il sindaco – l’avrebbe meritata dal primo minuto. L’Italia ha bisogno di dare il giusto riconoscimento a Giuseppe Girolamno». «A noi ha salvato la vita, a me e ai miei figli. Non saremmo qui oggi se non fosse stato per lui. Mi auguro davvero che abbia la Medaglia», dice Antonella.

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