Il piccolo Omar, dal campo profughi dell'Iraq al Gaslini per operarsi: «Tornerò da mamma con le gambe nuove»

Omar, 11 anni, curdo senza patria, soffre di una grave malformazione vascolare che rischia di paralizzargli gli arti inferiori. Il 10 gennaio sarà sottoposto a un primo delicatissimo intervento al Gaslini. Due mesi in Italia grazie alla Mezzaluna Rossa

Sogna di diventare un architetto e la prima casa che costruirà, dice, «sarà quella della mamma». Ma oggi Omar, 11 anni, curdo senza patria, occhi scuri come i suoi capelli mossi, una passione per il calcio e un’altra per i fumetti, deve pensare a costruire altre fondamenta: le sue gambe. Le muove con fatica e rischia di perderne completamente l’uso. È nato infatti con una malformazione vascolare, una lesione delle vene e delle arterie che può portare alla paralisi muscolare.

Di solito i sintomi si manifestano intorno ai 20 anni, lui li ha già. E, come se non bastasse, vive in uno dei posti più sfortunati del mondo per chi ha bisogno di cure: il campo profughi di Makhmur, pieno deserto dell’Iraq, un campo autogestito dai curdi esiliati dalla Turchia negli anni Novanta, invaso dall’Isis nel 2014 e oggi di nuovo sotto attacco delle milizie. Un posto da cui non si entra o si esce con tanta facilità e dove non si trovano ospedali specializzati.

Eppure, grazie alla cooperazione internazionale che vede in prima linea la Mezzaluna rossa Kurdistan, Omar ha ottenuto un visto di due mesi per l’Italia e verrà operato all’ospedale Gaslini di Genova. L’intervento, però, non essendo il piccolo un cittadino italiano, ha un costo: 10mila euro che la Mezzaluna spera di trovare con una raccolta fondi.

«Lo scorso anno, all’ospedale di Erbil, ci hanno detto che rischiava di non camminare più se non lo avessimo operato subito e che gli unici paesi che potevano farlo erano la Germania e l’Italia», racconta la mamma, Nurcan Ahmet Mehemed, 36 anni, dal salotto della casa che la Mezzaluna è riuscita a trovare a Cecina. Sorride sempre, ringrazia di continuo, sembra felice, nonostante avrebbe tutti i motivi per non esserlo.

Lei a che a 17 anni, in piena adolescenza, fu costretta a lasciare in fretta e furia la sua casa di Şırnak, in Bakur (Kurdistan turco) , con qualche vestito nella borsa e poco altro, per scappare dal rastrellamento del governo turco. Erano gli anni Novanta, gli anni in cui la guerra tra il governo e il Pkk (partito dei lavorati curdi considerato un’organizzazione terroristica) era ai massimi livelli e lo Stato impiegò il suo esercito per distruggere i villaggi curdi. Scapparono in migliaia in Iraq, nella terra polverosa e ventosa di Makhmur, a sud-ovest di Erbil (capitale del Kurdistan iracheno) e al confine di Mosul (ex capitale irachena dello Stato islamico).

Un campo profughi riconosciuto dalla Nazioni Unite diventato negli anni una città, con scuole, distretti sanitari, anche un sindaco, o meglio due, un uomo e una donna, come vuole la tradizione del confederalismo democratico che i curdi, anche in Siria, stanno applicando nei territori da loro gestiti. Oggi, nel campo ci vivono 13mila persone, la metà dei quali sono apolidi, come Omar e i suoi quattro fratelli, nati tutti lì, tra tende e rifugi coperti di pannelli di nylon.

La vita, nel campo non è mai stata facile. Cibo e acqua vengono consegnati dall’esterno. Le derrate alimentari, d’estate, quando le temperature superano i 45 gradi, si deteriorano. «Prima arrivavano spesso rifornimenti, ora molto meno», racconta la mamma. Nel 2014, poi, è iniziato l’incubo Isis. Il campo era in una zona strategica tra Mosul ed Erbil, per cui le milizie del Daesh lo invasero e occuparono.

Gli abitanti, donne e uomini, si armarono, e, unendosi alla guerriglia curda, riuscirono a liberare il campo. Ma le milizie dell’Isis hanno ancora basi sul Monte Karadağ, a circa quattro chilometri dal campo profughi, da dove attaccano ripetutamente la popolazione. «È tutto così difficile adesso – racconta a Il Tirreno Nurcan – : quando bisogna uscire dal campo, per andare a Erbil, ci sono sempre problemi. Con la scusa dei controlli per l’Isis, ci chiedono autorizzazioni dietro autorizzazioni, impedendoci di fatto di spostarci liberamente sul territorio. Molte persone hanno perso il lavoro perché non potevano uscire dal campo. Noi siamo curdi, siamo abituati a resistere, ma è davvero dura».

Anche spostarsi per andare all’ospedale di Erbil, lo scorso anno, non è stato facile. «Un viaggio di 45 minuti si è trasformato in un viaggio di sei ore. Eppure noi avevamo davvero bisogno di uscire dal campo, perché a Makhmur non abbiamo il necessario per curare Omar». Una volta arrivati, hanno capito che non c’era più tempo da perdere. Omar andava operato subito. La macchina della solidarietà si è messa in moto. L’ospedale di Genova ha accettato di curarlo e ha preso in carico il suo caso attivando i canali diplomatici per farlo arrivare in Italia. Il viaggio aereo dall’Iraq a Milano è stato offerto dalla fondazione Flying Angels, mentre la Croce Rossa si è occupata del trasporto dall’aeroporto a Genova.

La Mezzaluna rossa invece si sta occupando della raccolta fondi. «Oltre alle spese per l’operazione, ci sono quelle per l’alloggio. Speriamo di raccogliere 11mila euro», spiega Alican Yildiz, presidente della Mezzaluna che sta promuovendo anche un’altra raccolta fondi, quella per la clinica mobile a Sinjar, zona nel nord dell’Iraq rimasta senza presidi sanitari dopo la distruzione dell’ospedale di Sikeniye da parte dei jet turchi (si può donare dal sito internet della Mezzaluna) .

La stessa zona dove, nel 2014, vennero rapite dall’Isis 3mila donne, molte delle quali mai tornate.

Il 10 gennaio Omar verrà sottoposto al primo intervento di scleroterapia, l’iniezione all’interno della vena di un liquido che distrugge il vaso malato. Poi seguirà un secondo intervento. Il 6 marzo scadrà il visto e dovrà tornare al campo di Makmur, che, un giorno, quando diventerà architetto e camminerà senza stampelle, «ricostruirò tutto con case in mattoni», assicura. La precedenza, ovviamente, andrà alla mamma.

Questo l’Iban a cui donare: IT53R0501802800000016990236, codice Bic/CCRTIT2T84A.

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