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Rapina in un supermercato, beffa per la commessa coraggiosa. "Comportamento aggressivo": niente risarcimento

L'episodio in provincia di Lucca. La donna inveì contro il rapinatore che le sparò con un fucile: ma il tribunale di Lucca respinge la sua richiesta di risarcimento danni e orà dovrà pagare le spese legali all'ex datore di lavoro. I protagonisti e la sentenza

SAN GIULIANO. Se non avesse inveito contro il rapinatore, mimando anche il gesto di tirargli addosso qualcosa, il bandito avviato all’uscita con il bottino in tasca non avrebbe reagito e non le avrebbe sparato.

Un comportamento “aggressivo”, quello della rapinata che ha avuto l’effetto di suscitare l’ira dello sparatore ormai arrivato alla porta. In una sequenza del genere la richiesta danni della donna nei confronti del datore di lavoro – un supermarket – non solo va respinta, ma l’azienda citata in giudizio deve essere anche rimborsata delle spese legali che dovranno essere pagate dell’ex dipendente, un conto che supera i seimila euro. È una sentenza che “addebita” alla reazione energica di una cassiera, la decisione del bandito di fare fuoco con un fucile a canne mozze. Una rosa di decine di pallini che all’epoca centrarono all’addome e al torace la donna costringendola prima al ricovero e poi a un intervento chirurgico in anestesia generale.


Il tribunale civile di Lucca ha respinto la richiesta di risarcimento danni (250mila euro) presentata dalla donna, Ombretta Cordoni, 66enne residente a San Giuliano Terme, contro la società Penny Market. E ha motivato la decisione con il comportamento tenuto dalla dipendente che sarebbe andata oltre i suoi compiti in occasione della rapina. Nelle sue memorie difensive, la società ha argomentato che la politica aziendale è quella di intimare al personale di non prendere iniziative considerata la copertura assicurativa in caso di furti o rapine. Quello che la cassiera fece la sera del 29 maggio 2014 nel punto vendita di Pontetetto (Lucca), secondo il verdetto, fu una scelta autonoma i cui effetti non possono essere imputati a presunte negligenze nella sicurezza a carico della proprietà del supermarket.

Il punto contestato dalla cassiera era l’assenza di guardie esterne e più in generale a livello di presidi di videosorveglianza. Elementi ritenuti non plausibili per giustificare un risarcimento. La 66enne era rimasta in ospedale dal 29 maggio all’11 giugno. Altro ricovero il 17 settembre per un intervento al termine del quale le avevano estratto 54 pallini. Alcune decine erano rimaste ancora in corpo.

Sull’azione della dipendente e la reazione del bandito il Tribunale scrive: «Non può non osservarsi che l’esplosione del colpo da fuoco risulta nel caso in esame piuttosto conseguenza del comportamento decisamente aggressivo assunto dalla ricorrente che funzionale all’effettuazione della rapina. E d’altra parte il comportamento tenuto dalla ricorrente, quando ormai il ladro aveva sottratto le banconote, appare privo di qualsivoglia utilità e a vario titolo dannoso, anche, infine, per l’eccesso di aggressività suscitata nel rapinatore». Insomma, se il bandito era tornato indietro e aveva sparato contro la cassiera, prima agguerrita nel difendere il bottino (sui 400 euro) e che poi aveva apostrofato in malo modo il malvivente, la colpa va ricercata nella volontà della donna di non stare al suo posto di bersaglio passivo della rapina. La sentenza riporta alcuni passaggi dei testimoni dell’assalto avvenuto all’ora di chiusura. Frasi che hanno convinto il giudice sugli eccessi della cassiera capaci di far arrabbiare il bandito e farlo addirittura tornare indietro per usare il fucile a canne mozze. Un testimone aveva incrociato il bandito «che stava ancora imprecando contro la commessa “dicendo frasi del tipo “ Se mi avevi dato retta biscara … chi te l’ha fatto fare…” frasi che poi ho capito essere indirizzate alla cassiera, come se il rapinatore ce l’avesse con lei». Per quella rapina fu arrestato un uomo che poi è stato assolto. Ora la richiesta di risarcimento avanzata dalla rapinata che viene respinta. Alla fine l’unica a pagare per quell’episodio è l’allora commessa finita all’ospedale con almeno 200 pallini in corpo e che adesso deve pure versare oltre 6mila euro di spese legali al suo ex datore di lavoro. Non è ancora dato di sapere se la commessa appellerà la decisione del tribunale civile, depositata da pochi giorni.

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