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Pensioni, pratiche incomplete e contributi che mancano: gli errori più frequenti

Sandro Renzoni, responsabile Inca Cgil Toscana

Cosa controllare per evitare di riscuotere meno del dovuto

In base a una ricerca di Inca Cgil Toscana, nel 2019 una pensione su quattro risultava in qualche modo errata. Nel 2021, premette il responsabile regionale dell’Istituto nazionale confederale di assistenza, Sandro Renzoni, non è più così: «Gli errori di calcolo ci sono ancora, ma sono calati molto rispetto a pochi anni fa. Oggi l’errore più comune è il diritto inespresso».
I fattori da tenere in considerazione sono dunque quattro: ex datore di lavoro, compilazione della pratica, operatore Inps e programma gestionale. Rimediare, tuttavia, si può. Ecco come.

IL PROGRAMMA GESTIONALE

La tecnologia evolve in continuazione e anche i programmi gestionali Inps si aggiornano implementando le specifiche dettate dalle nuove norme. I programmi informatici potrebbero quindi non essere sempre in grado di supportare tutte le particolarità di calcolo appropriate per i tre sistemi (contributivo, retributivo e misto), che sono applicati in modo differente a seconda del fondo Inps di appartenenza; basti solo pensare a come cambiano nel tempo i coefficienti di trasformazione. «Qui il problema sta o nella creazione del sistema stesso o nell’interpretazione delle norme o nell’applicazione scorretta delle regole per i casi specifici senza prima aver studiato la posizione previdenziale in modo completo», spiega Renzoni.

L’OPERATORE INPS

«Una volta, quando una pratica pensionistica aveva qualcosa non tornava, si cercava una fase interlocutoria con il beneficiario del trattamento. Di respinte vere e proprie ce n’erano poche. Oggi, invece, non appena all’occhio dell’operatore salta un dettaglio fuori posto si tende a rimettere la pratica nelle mani del pensionato, che deve attivarsi in prima persona per capire cosa è andato storto e rimediare», racconta ancora Renzoni.

COMPILAZIONE DELLA PRATICA

La casistica più comune, secondo la valutazione di Renzoni, sta proprio nella fase di istruzione della pratica. L’interessato, infatti, può aver diritto a delle maggiorazioni, per invalidità o per servizio, oppure alla neutralizzazione di determinati periodi sfavorevoli. «In questo caso si parla di diritti inespressi, cioè diritti che le persone non sanno nemmeno di avere e per i cui riconoscimenti, quindi, non fanno domanda», precisa Renzoni. È altrettanto vero tuttavia il caso opposto, cioè quello in cui il pensionato fa domanda credendo di avere un diritto del quale invece non può godere. In questo caso la pratica viene – correttamente – rispedita al mittente.

IL DATORE DI LAVORO

Si lavora per tutta una vita, certi di aver maturato i requisiti, si istruisce la pratica con tutti i crismi e poi l’estratto conto è più povero del previsto. Come mai? «Spesso accade che uno o più ex datori di lavoro non abbiano trasmesso correttamente la contribuzione all’ente previdenziale», riassume Renzoni. Ed ecco che, con o senza intenzione da parte dell’ex datore di lavoro, il pensionato resta a bocca asciutta.

COME SI RIMEDIA

Nei casi più complessi si può arrivare al ricorso amministrativo pensionistico, in quelli più gravi all’azione giudiziaria. Nella gran maggioranza dei casi è invece sufficiente inviare a Inps un ricorso contro il provvedimento di liquidazione della pensione al comitato gestore del fondo a cui si è iscritti, generalmente entro 90 giorni dalla data di ricevimento del provvedimento. «In qualunque caso il pensionato si può rivolgere al patronato e alle organizzazioni sindacali per trovare quello che non va nell’erogazione del servzio, nella formulazione della domanda oppure in eventuali errori di calcolo», conclude Renzoni. - RIPRODUZIONE RISERVATA