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Non solo l'Eni, sono 56 gli impianti a rischio nella nostra regione: l'elenco provincia per provincia

Le industrie inserite in questa categoria sono concentrate soprattutto sulla costa, in particolare nella zona di Livorno

LIVORNO. Sono 56 i siti industriali a rischio che si trovano in Toscana. 56 sui 981 censiti a livello nazionale. E sono concentrati soprattutto sulla costa, in particolare nella provincia di Livorno ci sono 13 siti a rischio: dall’Eni all’Olt ad altri stabilimenti chimici e produzioni nell’area portuale. In provincia ci sono i siti di Rosignano Solvay con Solvay, Ineos, Inovyn; la Lucchini a Piombino. A Grosseto c’è la Solmine, a Pisa l’Altair di Volterra. Nell’interno della Toscana il rischio riguarda depositi di gas e altre produzioni chimiche. La maggior concentrazione è nella provincia di Firenze, con Eni, Liquigas, Beyfin...

LEGGE SEVESO

La classificazione si basa sui parametri fissati dal recepimento della Direttiva Seveso (decreto legislativo 105 del 2015), che divide i siti a rischio in due sezioni: quelli a rischio superiore e quelli a rischio inferiore.

Recentemente è stato pubblicato un nuovo sito a cura del Ministero della Transizione ecologica, Ispra e Anci con le informazioni aggiornate sugli stabilimenti definiti "a rischio di incidente rilevante" (disciplinati appunto dalla cosiddetta Direttiva Seveso, norma europea adottata dopo il disastroso incidente avvenuto nel 1976 nella cittadina lombarda, dove dall’azienda Icmesa di Meda fuoriuscì una nube tossica di diossina).

28 SITI "SUPERIORI"

Su 56 impianti a rischio, la metà è classificata, per la maggior presenza di sostanze o la vicinanza all’abitato, come "stabilimento di soglia superiore". In questo caso il controllo è assegnato al Ministero degli Interni che in Toscana si avvale del Comitato tecnico regionale dei vigili del fuoco. Arpat, insieme a Inail e vigili del fuoco (con compiti di coordinamento) fa parte delle commissioni ispettive incaricate della conduzione delle verifiche volte ad accertare l’adeguatezza della prevenzione degli incidenti rilevanti.

L’altra metà invece è classificata come "stabilimento di soglia inferiore" e i controlli sono compito della Regione che si avvale di una commissione ispettiva costituita da Inail, vigili del fuoco e Arpat. La commissione effettua ispezioni su tutti gli stabilimenti secondo un piano triennale e un programma annuale elaborato sulla base di criteri di priorità.

I CRITERI DI PERICOLO

La pericolosità si basa sulla presenza (e sulla quantità) di sostanze pericolose, sulla collocazione dello stabilimento e l’impatto che può avere sull’esterno. Il sito del Ministero fornisce una scheda su ogni impianto. Come scrive Arpat (l’Agenzia regionale per la protezione ambientale) si tratta di «un importante passo avanti nella direzione dell’applicazione della normativa volta ad assicurare una corretta informazione al pubblico» anche se le informazioni fornite possono essere senz’altro migliorate, ad esempio sarebbe utile mettere a disposizione dei cittadini una mappa con l’indicazione del "raggio di rischio", in caso di incidente, che con immediatezza farebbe capire le potenziali situazioni. «D’altra parte questo aspetto è fondamentale nella logica della Direttiva Seveso, che è una logica di prevenzione, in modo tale che per stabilimenti di questo genere - che per la tipologia produttiva e le sostanze detenute in caso di incidente presentano un rischio di effetti rilevanti - si adottino tutte le azioni necessarie per fare in modo che gli incidenti siano evitati». I cittadini devono essere in grado di sapere quali comportamenti devono tenere in caso di incidente, in relazione alla distanza in cui le loro abitazioni, luoghi di lavoro si trovano rispetto allo stabilimento "Seveso", e al tipo di attività svolta in quell’impianto.

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