Conoscere Omicron: sei risposte-chiave di Pregliasco e Lopalco sulla variante che ci insidia

Contagiosità, sintomatologia, mutazione ed efficacia dei vaccini: con due esperti cerchiamo di fare chiarezza sull'ultima variante del Covid

Una minaccia per il mondo. No, una variante come le altre, addirittura con sintomi più lievi. Grande è il caos sotto il cielo della variante Omicron, l’ultima ritrovata. E forte la richiesta di punti scientifici fermi che possano orientarci. Ne abbiamo parlato con Fabrizio Pregliasco, direttore sanitario dell’Irccs Galeazzi di Milano, e Pier Luigi Lopalco, ordinario di Igiene all’Università di Pisa.

CONTAGIOSITÀ

1. La variante Omicron rappresenta un ceppo più diffusivo del virus?

L'Organizzazione mondiale della sanità è stata lapidaria: «Non è ancora chiaro se Omicron sia più contagiosa rispetto ad altre varianti». Eppure la preoccupazione resta, soprattutto perché la capacità del virus di diffondersi va di pari passo con la difficoltà di contrastarlo con efficacia. «Stando ai report sudafricani, la variante Omicron sembra più diffusiva - ammette Pregliasco - i dati però per adesso sono pochi e tratti da soggetti giovani e vaccinati, dovremo aspettare ancora 2-3 settimane. Dai modelli per ora costruiti solo artificialmente si nota una combinazione di mutazioni proprie di tutte le altre varianti: serve capire quante di queste siano effettivamente funzionali». «Impossibile adesso stimare quanto maggiore sia la sua capacità di diffusione - spiega Pier Luigi Lopalco, professore di epidemiologia presso l'Università di Pisa ed ex assessore alla Salute della Regione Puglia - però sappiamo che nell'area dove è stata riscontrata ha soppiantato rapidamente la variante Delta. Si tratta tuttavia un solo campo di osservazione, dove l'incidenza della vaccinazione è minima».



SINTOMATOLOGIA

2. È possibile distinguere questa variante dalle precedenti in base alla sintomatologia?

Intervistata da “Repubblica”, la dottoressa sudafricana Angelique Coetzee - il medico che per primo ha isolato la variante Omicron - ha dichiarato di aver notato sintomi che non coincidevano con quelli tipici della variante Delta: stanchezza, mal di testa, raffreddore e prurito in gola. Una sintomatologia che tuttavia «non si può definire diversa da quella delle precedenti varianti - chiarisce Pregliasco - si tratta di dati che non possono ancora fornirci sintomi specifici della variante Omicron». Eppure sono stati proprio dettagli minimi a far scattare l'allarme in Sudafrica. «Si può azzardare un'ipotesi - commenta l'epidemiologo Lopalco - anche per le varianti precedenti si potrebbero evidenziare piccole differenze: la Delta ad esempio ha una maggiore aggressività in termini di progressione della malattia. Si tratta però dello stesso virus: dubito che ci siano manifestazioni palesi tali da identificare la Omicron».

MUTAZIONI

3. Cosa implica la presenza di decine di mutazioni nella la proteina Spike della Omicron? E come è stata possibile una simile mutazione?

È il dato che più ha destato preoccupazione nel mondo scientifico. Rispetto alla variante Delta, quella riscontrata in Sudafrica presenta molte mutazioni (circa 32) riguardanti questo specifico tipo di proteina che rappresenta la chiave d'innesto del virus nel nostro organismo. «Purtroppo questo rischia di limitare l'efficacia della terapia con anticorpi monoclonali - spiega Lopalco - questi sono infatti sintetizzati per adattarsi specificatamente alla proteina Spike tipica dei ceppi che già conosciamo. Di fronte a mutazioni così numerose e tali da modificare la forma della Spike questo tipo di anticorpi potrebbe quindi non funzionare al meglio». «Si tratta di un evento naturale - chiarisce Pregliasco - il coronavirus è meno stabile di altri virus e replicandosi, per il principio darwiniano del caso e della necessità, muta molto spesso. Le varianti in studio sono più di mille, ma quelle meno efficaci tendono a sparire: alcune però risultano vincenti. Ovviamente questa combinazione - spiega - avviene con più facilità in aree dove c'è meno copertura vaccinale e il virus può circolare liberamente. Oppure dove è presente una vasta fetta di popolazione immunodepressa, ad esempio a causa dell'Hiv».

GRAVITÀ

4. Dovremo aspettarci effetti più severi della malattia in seguito a contagio da variante Omicron?

In linea teorica, non è una possibilità da escludere. Su questo punto però (vista la penuria di dati in merito) nell'intera comunità scientifica vige la cautela. «I casi finora segnalati sono soggetti vaccinati e giovani - dichiara il virologo Pregliasco - prima di poter esprimere un parere in merito serve avere sicuramente una casistica maggiore da poter studiare». Al momento anche i casi riscontrati in Sudafrica non hanno avuto problemi di salute degni di nota e la malattia è apparsa in forma lieve. «I dati attualmente sono frammentari ed è difficile trarne stime attendibili - ammette Lopalco - ovviamente ci si preoccupa subito per quella parte della popolazione europea più fragile, ad esempio gli anziani. Questi soggetti però - spiega l'epidemiologo - sono già stati vaccinati, anche con più dosi. Per adesso non è il caso di cadere nella trappola del panico: vaccinarsi resta l'arma di prevenzione migliore».

L'ATTUALE VACCINO

5. Quanto sono da ritenere efficaci gli attuali vaccini su questa nuova variante?

Premettendo che anche in questo caso serviranno maggiori dati, il coro degli esperti è unanime nel sottolineare l'importanza del vaccino. Anche solo per contrastare gli eventuali effetti della malattia derivata dalla variante sudafricana. «Magari non ci sarà un azzeramento del virus - ammette Pregliasco - ma è scientificamente molto probabile che anche i vaccini attuali possano aiutare a contrastare Omicron. Poi, quando i vaccini verranno aggiornati, si passerà magari ad una quarta dose adatta anche a questa variante. D'altronde si tratta di un normale protocollo - spiega - già in uso con i normali vaccini antinfluenzali». «Il vero quesito è se gli anticorpi sviluppati dalle persone vaccinate saranno in grado di bloccare questo ceppo virale - commenta Lopalco - ancora però quelle che sono chiamate prove di neutralizzazione in laboratorio non sono state eseguite. Possiamo andare per ipotesi, basandoci sui dati che abbiamo raccolto fino ad oggi sulle precedenti varianti: i nostri vaccini sono stati elaborati sul ceppo originale di Wuhan ma hanno funzionato sia sulla variante inglese che sulla Delta. Soprattutto - chiarisce - hanno garantito ampia protezione nei confronti della malattia grave, riducendo anche il numero di ospedalizzazioni. Questo è probabile che avvenga anche con la Omicron».

IL FUTURO VACCINO

6. Quanto tempo servirà per elaborare un vaccino che copra efficacemente anche la variante Omicron?

Le case farmaceutiche si sono dimostrate ottimiste e Pfizer nei giorni scorsi si è già espressa con una stima: 100 giorni per elaborare un vaccino adeguato alla nuova variante. «È un periodo consono - ammette Pregliasco - anche se ovviamente a questi 100 giorni andrà aggiunto un periodo per approvarlo, produrlo e distribuirlo in massa. Con la nuova tecnologia a m-Rna i tempi ovviamente si accorciano molto e si possono creare con maggiore facilità vaccini mirati ed efficaci».

Il lavoro da fare consiste in un aggiornamento dei vaccini già esistenti. «Bisogna modificare l'Rna messaggero che viene inoculato - spiega Lopalco - in modo da renderlo capace di far riconoscere al nostro organismo con più precisione il nuovo virus».

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