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Con i tagli ai parlamentari, la Toscana avrà 20 onorevoli in meno. Ecco chi rischia il seggio nel 2023

Nella lista c'è Renzi, ma ci sono anche molti ex renziani del Pd. E molte sorprese anche a destra

«Diciamo che noi, o almeno, alcuni di noi, non stanno per niente sereni. Sai com’è, a Enrico non siamo simpaticissimi e di posti a questo giro ce ne sono meno. Molti meno», confida con una certa ironica afflizione un deputato eletto con la ridotta renziana nella debacle di tre anni fa. Ma se fra gli ex fedelissimi del leopoldismo si attende la tabula rasa lettiana sulla composizione delle liste per le Politiche del 2023, sembrano finiti anche gli happy days dei salviniani in Toscana. In nemmeno tre anni si son già un po’ sdruciti i fasti del turboleghismo, s’annebbiano in una memoria brevissima i tempi (era l’altro ieri, le Europee, le Regionali) in cui le candidature nel centrodestra le dettava il verbo del Capitano. Falchi e colombe della Lega dovranno vedersela con le truppe di Giorgia Meloni. In appena tre anni non solo il quadro politico (e del consenso) è stato stravolto, ma anche la nuova architettura della rappresentanza imporrà un ridimensionamento.



Le prospettive sui seggi

Le mappe qui sopra sono lo spettro che terrà incollati ai seggi deputati e senatori toscani fino alla fine della legislatura. Non credete a chi racconta di un voto anticipato, mente sulla geografia. La paura delle urne ha confini precisi. Quelli ridisegnati dalla riforma che taglia oltre un terzo dei parlamentari. Il 36% di coloro che hanno un posto al sole a Roma, se si va al voto, lo perderà. La Toscana avrà 20 eletti in meno. Da 56 passeranno a 36, al Senato da 18 a 12, alla Camera da 38 a 24. Se restasse in piedi il Rosatellum, assisteremmo a una versione compressa sia nei collegi uninominali che in quelli plurinominali. La corsa vera, quella col maggioritario che impone la caccia al voto sul territorio e la sfida fra candidati, dove chi vince passa e chi perde va a casa, porterà a Palazzo Madama 4 politici, non più 7; a Montecitorio 9 e non più 14. E pure il listino bloccato del proporzionale restringerà la geografia di incarichi e potere, la stessa per cui da settimane quasi tutti i partiti sono in fibrillazione. Non un caso che dai lottiani di Base riformista arrivi la richiesta di primarie per la formazione delle liste. Il TpR, il Toscana partito di Renzi, portò in parlamento 15 deputati e 7 senatori. Certo, fu il Pd peggiore di sempre.



Le possibili operazioni

Così ora alcune operazioni sembrano impossibili, come ri-paracadutare Roberto Giachetti, Alessia Rotta, Pier Carlo Padoan o Roberta Pinotti. Ma l’alleanza con i Cinquestelle potrebbe imporre un risiko amaro. Non è quotatissima neppure la ricandidatura di Valeria Fedeli. Si sa poi che un collegio potrebbe rivendicarlo la segretaria Simona Bonafè. O quantomeno potrebbe chiederle di lasciare Bruxelles proprio Enrico Letta, che probabilmente correrà in Toscana. E uno perfino l’attivissimo Dario Nardella, ormai da mesi promotore del “partito dei sindaci-parlamentari”. In fondo Firenze si libera. Il collegio senatoriale oggi è occupato da Matteo Renzi, il quale, con Italia Viva rischia di non eleggere nemmeno un rappresentante in Toscana. Neppure sé stesso. Una nemesi feroce, visto che l’attuale sistema elettorale porta la firma di uno dei fedelissimi, Ettore Rosato. Poi c’è la riserva fiorentina per la Camera, dove tre anni fa è stata eletta Rosa Maria Di Giorgi, prima renziana, poi franceschiniana dunque zingarettiana, ora tornata fra i baseriformisti. La sinistra dem battaglierà per preferirle un’alternativa. E chissà che, in nome dell’alleanza strutturale, non la spunti Alfonso Bonafede. I grillini potrebbero veder più che dimezzati i voti. L’adolescenza contiana rischia di farli implodere, improbabile raccolgano il 24% del 2018. E l’asse con i dem potrebbe costruire camere di compensazione. Fra i dem pure Luca Lotti, il biondo di Montelupo, pencola. Il fortino di Empoli è stato accorpato alla Piana e al Valdarno e potrebbe toccare a Emiliano Fossi. Non solo. Se l’ex ministro venisse rinviato a giudizio, potrebbe essere lo statuto dem a stopparne le ambizioni di riconferma. Tutta la pattuglia riformista s’avanza tremebonda, del resto. Così non è detto che il nuovo corso lettiano confermi Andrea Romano a Livorno se gli accordi imponessero un grillino (Riccardo Ricciardi o Francesco Berti) e improbabile pare una ricandidatura di Caterina Biti, la senatrice fiorentina passata nel listino. Fra gli eretici, però, tutti danno per scontato Andrea Marcucci, l’uomo del Colle (di Barga), neofondatore della corrente liberal del Ciocco. Il senatore silurato da capogruppo. «Enrico non è Matteo, tollera la dissidenza. Meglio avere un cespuglio di barricate dentro le mura, che un plotone di ribaldi fuori», ragionano gli strateghi del Nazareno. E poi, per paradosso, il Pd confida di ripianare il taglio con una rimonta sull’uninominale. L’ultima volta il centrosinistra agganciò 7 collegi su 14 alla Camera e 3 su 7 al Senato. Alcuni fortini potrebbero essere assicurati a big alleati come Roberto Speranza, ma l’obiettivo è vincerne almeno 9 su 13.



Gli uscenti

«Gli uscenti saranno ricandidati tutti», spiega un dirigente leghista. Dove, però? E con quali garanzie? Questa volta il centrodestra vanta sì e no tre collegi sicuri su 13. E tutti gli istituti di analisi sono d’accordo. Un pezzo di elettorato di Grillo s’è spostato a sinistra. Scampoli di popolo son tornati a casa. Non un caso che i vertici della Lega precisino: «Tre anni fa la selezione dei collegi fu fatta sulla base di un sondaggio che dava Forza Italia al 18% e noi sotto il 14. Il voto poi ha raccontato un’altra storia. In Toscana abbiamo avuto meno uninominali di ciò che ci spettava, questa volta la prima scelta toccherà a noi». E l’avvertimento è agli alleati. Tipo a Forza Italia, che in Toscana ha perso pezzi arruolandoli al centrismo di Coraggio Italia. Non son più blindati Pisa e Grosseto. Il primo abbraccia un territorio più vasto, il secondo s’è unito a Siena, roccaforte rossa. Così Edoardo Ziello e Mario Lolini, il coordinatore regionale, magari correranno ma avranno anche uno scudo nel plurinominale. E così probabilmente anche Manuel Vescovi, Guglielmo Picchi e big come Claudio Borghi e Alberto Bagnai. Ma gli altri? Intanto Rosellina Sbrana, senatrice cascinese, ha lasciato il partito «perché s’è piegato al Green pass di Draghi». E a parlamento infeltrito, la ribalderia no-vax fa pure comodo. «Abbiamo aumentato i voti rispetto al 2018, nel plurinominale avremo spazio. Nel maggioritario, più agevoli potrebbero essere Massa-Versilia e Lucca», ragionano i leghisti. E lì potrebbe decidere di correre Andrea Barabotti, uomo macchina del partito in regione e compagno di Susanna Ceccardi. Se così fosse, l’azzurra Deborah Bergamini dovrebbe chiedere rifugio nel listino. E lo stesso potrebbe toccare al forzista versiliese Massimo Mallegni se Fratelli d’Italia sventolasse i sondaggi nel super collegio che ora da Massa arriva a Prato. «La politica è una parentesi della vita. Se Berlusconi chiederà ancora il mio contributo ci sarò – dice Mallegni – Ma sono sempre stato eletto con i voti, mai nominato. Nel centrodestra c’è concordia, troveremo la giusta mediazione». Ovvio: attraversati da una linea di faglia a un passo dal rilasciare la scossa, a più di un anno dalle elezioni i partiti sono già minati da guerriglie silenti fra correnti per la riconquista di un posto che per molti sarà solo un miraggio. «Noi siamo gli unici a non essere spaventati dal voto», dice non senza una certa burbanza Giovanni Donzelli, deputato e responsabile organizzazione di Fratelli d’Italia. Le poltrone si saranno pure ridotte d’un terzo, ma loro hanno quadruplicato i voti.

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