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Suicidio assistito, in Toscana la prima Asl in Italia con un team per dare il via libera al fine vita

Davide Trentini, il 53enne massese che nel 2017 scelse di morire in una clinica in Svizzera, insieme a Mina Welby

Il caso di Mario, nelle Marche, non coglie di sorpresa la sanità. L’Asl nord ovest la prima a dotarsi di una commissione. Gli esperti valutano se il paziente risponde a 4 requisiti. Ecco a chi si fa richiesta e come avviene la procedura

FIRENZE. «Quella lettera la ricordo ancora. Era il 25 aprile. Ci scriveva un malato terminale. Fu un colpo, lo ammetto. Un uomo di una dignità incredibile, una lucidissima consapevolezza delle proprie sofferenze. Voleva interromperle, e chiedeva gli venisse riconosciuto il suo diritto a morire e a scegliere come farlo». Forse Fausto (nome di fantasia, ndr) non aveva neppure scelto a caso. Il giorno della Liberazione, per liberarsi di una vita che più non viveva. Forse «quella lettera ha dato la spinta decisiva», confida Gaia Marsico, presidente del comitato per l’etica clinica, e grazie a quella l’Asl Nord ovest non è più fra le aziende che brancolano fra incertezze e timori. Combattute fra la necessità di dare corso a una sentenza delle Corte costituzionale e la nebulosa giuridica che ancora incombe sul fine vita in Italia a causa dell’indecisionismo della politica.

«Invece siamo la prima Asl in Toscana e certamente una delle prime in Italia ad avere un’equipe dedicata alla valutazione delle richieste di suicidio assistito», dice il direttore sanitario Luca Lavazza. Una commissione pronta ad attivarsi ogni volta che un paziente avanza lo stesso bisogno che hanno avuto Dj Fabo o Davide Trentini, il 53enne massese che nel 2017 si fece accompagnare in Svizzera da Marco Cappato e Mina Welby per procurarsi la morte in una clinica. Anche l’assoluzione di Cappato e Welby dalle accuse di istigazione e agevolazione al suicidio, avvenuta il 28 aprile, hanno convinto i vertici Asl ad aprire un dibattito.Così, dal 13 settembre da Piombino a Massa, da Lucca a Pisa, si può far partire un iter con passaggi precisi. Nessuna altra azienda finora si è dotata di uno strumento simile.

In Toscana solo la Nord ovest ha risposto alle sollecitazioni della commissione regionale di bioetica, che nel 2020 aveva chiesto alle aziende di dotarsi di equipe speciali. «Fausto stava male, e si convinse che la strada migliore in quel momento erano le cure palliative, la sedazione profonda, perché noi eravamo impreparati, ma la sua storia ci ha spinto a organizzare un vero protocollo che rispetti la sentenza della Consulta del 2019», spiega Marsico, che è esperta di bioetica e domani terrà il primo corso di formazione sul fine vita per i medici della zona.

Nel pronunciamento su Dj Fabo, oltre a chiedere una legge al Parlamento (mai arrivata), la Consulta chiedeva alle Asl di verificare quattro condizioni chiave per dare il via libera al paziente. «Deve essere tenuto in vita da un trattamento di sostegno vitale - spiega Marsico -; essere affetto da una patologia irreversibile, che sia fonte di sofferenze fisiche e psichiche intollerabili, e pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli». Un quadro che il paziente deve descrivere anche nella richiesta. «Chi vuole accedere al fine vita deve essere già stato preso in carico dalle cure palliative, in modo che gli possa essere offerta un’alternativa». Da lì in poi entra in gioco la commissione, formata da esperti, ma su base volontaria: uno specialista della patologia, un palliativista, uno psichiatra, uno psicologo, un medico legale, un anestesista, un medico curante e, per chi ne fa richiesta, anche un medico di fiducia. Per ottenere l’ok serve un parere unanime. E in ogni caso dovrà essere sottoposto a quello del comitato per l’etica clinica, che non sarà vincolante.

C’è un però. La morte non potrà avvenire in una struttura pubblica, né sarà la Asl a preparare il farmaco, ma solo a «visionare» che si tratti di suicidio e non di eutanasia, dice Luca Cei, avvocato dell’Asl Nord ovest. Questo non è stata la Corte a deciderlo. Anzi, le Asl potrebbero allestire stanze per il fine vita. Ma a dimostrazione che sul tema il rischio di conflitti sia ancora in agguato nonostante una sentenza che fa giurisprudenza, l’Asl ha preferito tenersi un passo indietro. In fondo, per la legge non solo l’istigazione, ma anche l’aiuto al suicidio costituisce ancora reato. «La differenza fra suicidio assistito e eutanasia? Nel primo caso è il paziente a somministrarsi il farmaco, anche a farlo magari con la bocca o un puntatore oculare che attraverso un computer aziona una flebo, nel secondo invece è una terza persona». È il grande spartiacque di queste ore, quello per cui anche il camionista marchigiano dovrà attendere il tribunale: le modalità. E allora come riuscire davvero, alla fine, a vedersi riconosciuto un diritto. «Deve essere il paziente - spiega Cei - tramite un medico di fiducia, un’associazione o una clinica, a organizzare il momento finale. La commissione sul fine vita però sarà presente, vigilerà».

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