Consumi alimentari, la sfida del cambiamento passa dai supermercati

Verso una nuova rivoluzione (di massa) dei consumi alimentari.Appello di Slow Food e Coldiretti «La grande distribuzione si trasformi» 

Uno. Tenere il vasetto di prezzemolo in cucina. Due. Leggere le etichette di quello che compriamo per mangiare o bere. Tre. Interessarsi al prezzo, se costa troppo poco un motivo di solito c’è. Quattro. Andare anche al mercato per acquistare quello che mangiamo. Cinque. Conoscere la stagionalità degli alimenti. Eccoli i cinque comportamenti consigliati da Barbara Nappini, aretina, presidente nazionale di Slow Food, per sostenere dal basso una filiera agroalimentare «buona, pulita e giusta».

Buone pratiche condivise da Fabrizio Filippi, presidente toscano di Coldiretti che non esita a sostenere come non ci sia sviluppo per il territorio se i consumatori non terranno in considerazione da dove viene quello che mangiano con un necessario avvicinamento tra tavola e campo non limitato a un chilometro zero di nicchia ma con l’esigenza di continuare a lavorare sulla trasformazione industriale sempre più vicina alle coltivazioni e agli allevamenti. Mai come oggi «mangiare è un atto politico» come ama ripetere – da anni e anni – Carlo Petrini fondatore di Slow Food.


LA RIVOLUZIONE E' NEL PIATTO

Mangiare bene non può essere più solo l’argomento di conversazione al tavolo di pochi privilegiati ma un’abitudine trasversale con effetti non solo sulla salute ma anche sull’economia, anche in Toscana. «Per noi, agricoltori, la data che trasforma il rapporto tra agricoltori e consumatori è il 3 dicembre del 2000. Ventuno anni fa nacque il concetto di “campagna amica”. Oggi dobbiamo fare un passo ulteriore», commenta Filippi. «La grande distribuzione non può limitarsi ad avere prodotti civetta o piccoli spazi nei reparti per il cibo del territorio. Dovrebbero essere gli attori principali di un avvicinamento della filiera creando un rapporto diretto tra chi produce e chi acquista. Il cambiamento vero non può avvenire con i mercatini anche se fino ad oggi sono stati importantissimi per sollecitare la trasformazione culturale ed economica».

«In Slow Food prima di diventarne la presidente – aggiunge Nappini – facevo la formatrice nelle scuole e mi colpiva come anche tra le insegnanti alcune indicazioni da tenere presenti nel quotidiano non fossero di uso comune. Oggi dobbiamo lavorare anche su sistemi più allargati per incidere: la ristorazione collettiva per esempio. Abbiamo realtà che possono aiutarci: in Toscana abbiamo l’esempio di “Qualità e Servizi”, una partecipata da sei Comuni della piana fiorentina che ha trasformato le mense scolastiche con approvvigionamenti di qualità: novemila pasti al giorno. Sono numeri che consentono di incidere economicamente e culturalmente. Così come è interessante il passaggio generazionale che sta avvenendo: negli ultimi 5 anni il 12 per cento delle aziende agricole aperte ha titolari con meno di 35 anni».

DA DERRATA A CIBO

Slow Food nacque per difendere il diritto al piacere di mangiare. Allo stare insieme e alla convivialità per poi attraversare una visione politica e culturale. «Nel tempo abbiamo dimenticato – ricorda Filippi – che negli anni Settanta e Ottanta producevamo derrate alimentari. Che si producesse grano o mattoni le regole economiche erano le stesse. Avevamo perso la mezzadria e le fattorie avevano sposato l’idea della mono produzione».

Oggi è in atto una trasformazione: quasi una resistenza al rischio di una globalizzazione non governata nonostante i forti investimenti in tecnologia.

Si sta scegliendo un modello di vita.

«In Toscana il 35 per cento delle aziende si è dedicata al biologico», commenta Filippi. «C’è un ritorno all’agricoltura che fa ben sperare anche in un’ottica di redistribuzione della ricchezza, dare valore agli alimenti e di valorizzazione del territorio. Dove si coltiva si conserva il luogo in cui si vive. Non dimentichiamolo».

Chilometro zero non deve essere però un concetto di chiusura verso l’esterno di un territorioaltrimenti il rischio è quello di non riuscire a rendere sostenibile economicamente il settore. «L’esempio da seguire – aggiunge Filippi – è quello delle aziende del vino che sono all’avanguardia sia per la sostenibilità della produzione sia per l’utilizzo di tecnologie innovative oltre che per la rete commerciale. Per gli altri prodotti invece abbiamo ancora molta strada da fare: l’olio, dopo il vino, sta facendo bene e sarà il settore su cui la Toscana c’è da aspettarsi crescerà molto. I piccoli si sono aggregati consapevoli che da soli non sarebbero andati da nessuna parte. In dieci anni le esportazioni sono aumentate del 60% con un trend in continua crescita».

Le esportazioni di olio extravergine rappresentano un quarto del valore di prodotti agricoli e agroalimentari che la Toscana esporta nel mondo con un fatturato di 650 milioni di euro.

GLOBALE E LOCALE

Qualità, territorio e chilometro zero. Come si concilia l’esigenza di privilegiare l’agroalimentare a due passi da casa con l’obbligo di favorire l’export e l’aumento della produzione?

«Non sono concetti incompatibili», interviene Pierdomenico Perata, fisiologo vegetale della scuola superiore Sant’Anna di Pisa.

«L’agricoltura a chilometro zero deve essere valutata anche in un’ottica di scelta di sostenibilità logistica semplicemente per evitare che il cibo faccia seimila chilometri per arrivare sulle nostre tavole. Questo non significa che si debbano escludere altre tipologie di prodotto. Nel nord Europa dovrebbero forse smettere di mangiare agrumi e noi i frutti tropicali? Per aumentare le quantità invece dovremo sfruttare sempre di più il concetto di alte produzioni a basso consumo di suolo. La scienza e la tecnologia possono essere di aiuto».

IL CASO SFERA


In Toscana c’è una realtà che unisce qualità, km zero, quantità ma anche valori e tecnologia. A “Sfera” si producono tre milioni e mezzo di chili di pomodori in tredici ettari e mezzo, dentro una serra idroponica. Il concetto da cui parte l’amministratore delegato Luigi Galimberti è opposto a quello di Nappini e Filippi ma un incontro tra le due filosofie pare scontato. «Credo – dice Galimberti – che l’agricoltura oggi debba principalmente sfamare l’umanità. Riuscire a dare anche prodotti buoni poi sarebbe il massimo. Piccolo, vicino di casa è bello ma non possiamo dimenticare tutti gli altri: per una regione come la nostra introdurre la tecnologia per dare risposte anche chi non vive qui non può essere secondario».

La sfida è tenere tutto insieme. «Un tempo – conclude Galimberti – in campo alimentare producevamo poco ma buono, poi c’è stato il tempo del tanto ma poco buono, adesso è il periodo del tanto e buono e che inoltre resista ai cambiamenti climatici e ai virus e batteri che stanno aumentando in agricoltura. Per quello che ci riguarda stiamo lavorando ad altri insediamenti in Toscana, sulle colline metallifere per coltivare sfruttando l’energia geotermica».

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