Il marchio Bolgheri? È l’influencer del vino

Tre generazioni: da sinistra Piermario Meletti Cavallari, il figlio Giorgio e il nipote Pietro

A colloquio con Piermario e Giorgio Meletti Cavallari. Il futuro è l’enoturismo diffuso  

Bolgheri? È un influencer. La Ferragni del vino. La scommessa per il futuro? L’enoturismo diffuso, la capacità di estendere l’attrazione del marchio Bolgheri oltre l’areale della Doc, su tutta la costa, da Suvereto a Bibbona, da Casale a Populonia. La costa toscana del vino. Una suggestione firmata da chi di vino vive e se ne intende: Piermario e Giorgio Meletti Cavallari, padre e figlio, due generazioni di vignaioli che hanno scommesso su Bolgheri. L’appuntamento è sulla via Bolgherese, alla “casa rosa” immersa tra i pini, sede della nuova cantina di Meletti Cavallari junior: qui si vinifica il rosso, il bianco e il rosato Bòrgeri, il rosso superiore Impronte. Il babbo è arrivato in Toscana nel 1977 da Bergamo, folgorato dalla natura all’epoca selvaggia di Grattamacco, un passato che con l’agricoltura non aveva niente a che fare. Di lì a poco sarebbe diventato uno dei fondatori della Doc che in 25 anni ha attratto tutti i più grandi vigneron italiani, e annovera alcune delle etichette più importanti al mondo (Sassicaia, Ornellaia, Masseto). Piermario Meletti Cavallari è l’inventore del Grattamacco, uno dei primi Supertuscan bolgheresi. Giorgio, tra le vigne di Grattamacco ci è cresciuto. Poi nel 2002, quando il babbo dava in affitto Grattamacco prima di venderlo ai Tipa-Bertarelli (Claudio Tipa è lo zio di Ernesto Bertarelli, patron di Alinghi – il team di vela che ha vinto due edizioni dell’America’s Cup) ha aperto la sua azienda, la Giorgio Meletti Cavallari, e in vent’anni ha costruito un brand che prende il nome dalla vecchia denominazione di Bolgheri, Bòrgeri, indicata nelle carte di Leonardo da Vinci (l’originale è a Buckingham Palace, proprietà della Corona inglese). Li incontriamo, padre e figlio davanti ai vigneti di cabernet sauvignon e franc, merlot, sirah e viogner che dalla Bolgherese guardano il mare. Due generazioni a confronto.

In 25 anni Bolgheri è diventata grande. Attrae migliaia di turisti e wine lovers. D’estate il paese “scoppia”. Qual è il suo futuro?


«Il futuro è il turismo diffuso su tutta la costa: riuscire ad allargare la capacità di attrazione di Bolgheri», dice Piermario.

«È questa la formula vincente. Ed esiste già un allargamento di Bolgheri, una proiezione che è la via Bolgherese dove in pochi anni sono nati ristoranti e strutture ricettive che si affiancano alle aziende», aggiunge Giorgio.

Facciamo un passo indietro. Piermario, c’è una foto che la ritrae insieme al marchese Nicolò Incisa della Rocchetta, i marchesi Piero e Lodovico Antinori, Michele Satta. La Doc Bolgheri era agli albori, adesso lei ha lasciato il testimone a suo figlio e fa l’aleatico all’isola d’Elba. È volato questo quarto di secolo...

«Avevo 34 anni quando sono arrivato a Bolgheri da Bergamo: mi occupavo di formazione del personale a Milano, poi avevo deciso di cambiare lavoro e avevo aperto un’osteria a Bergamo alta. Lì ho incontrato Veronelli e i “suoi” vignaioli. È lui che mi ha fatto conoscere Bolgheri e il Sassicaia, quando non lo conosceva ancora nessuno. Siamo arrivati insieme io e Michele Satta, ho iniziato facendo un tirocinio nell’azienda di Tringali Casanuova, poi ho visto Grattamacco e sono rimasto fulminato. Non c’era niente, una colonica senza l’acqua corrente, né l’energia elettrica. Ho cominciato piantando i primi tre ettari di vigna con l’aiuto di un enologo bergamasco, portando le barrique, e il Grattamacco è diventato uno dei primi supertuscan. Era il’77-’78: c’era una pseudocantina, io ricostruii tutto e il vino fu un successo».

Il resto è storia, è nato un mito enologico. Che lei ha contribuito a creare, come produttore, assessore, presidente della Strada del vino.

«Con il re Sassicaia, è arrivata Ornellaia nell’85 di Lodovico Antinori, è nata la Doc, nell’83 per bianco e rosato, nel ’94 per il rosso, e la corte si è ampliata con altri grandi vini. Io sono diventato assessore all’agricoltura nel Comune di Castagneto Carducci, poi in Provincia a Livorno».

Perché ha lasciato Grattamacco, il suo primo amore?

«Volevo andare in pensione (ride, ndr) occuparmi delle mie auto d’epoca, ma non ci sono riuscito: mi hanno parlato del progetto aleatico all’Elba e mi sono rituffato in un’altra avventura enologica, con l’azienda Le Ripalte insieme all’avvocato Ederle. 16 ettari vitati, su terreno vulcanico a Capoliveri: mi hanno commosso la bellezza e le potenzialità del posto. Nel 2008, con la crisi che ha ridotto il mercato dei fine pasto, ho creato il rosato dall’aleatico e piantato il vermentino. Non riesco a lasciare il mondo del vino, è la mia vita: ho creato a Gorgona la prima vigna sperimentale con l’ex direttore del carcere, quella che adesso ha rilevato Frescobaldi. Facendo avanti e indietro sull’isola per tre anni».

Cosa fa grande un vino?

«È il terroir, quello che fa la differenza a Bolgheri, una terra benedetta», rispondono all’unisono Piermario e Giorgio.

2002: comincia la seconda generazione. Giorgio Meletti Cavallari apre la sua azienda. Cosa l’ha spinta a proseguire la strada di suo padre e in cosa si differenzia?

«Sono nato a Bergamo ma sono cresciuto tra le vigne del podere Grattamacco, ho studiato enologia all’Istituto Agrario di Siena e ho fatto esperienze fin da giovanissimo in Franciacorta, nel Chianti e in California. Ho costruito un’azienda tutta mia nel 2002, quando avevo 24 anni, partendo dall’impianto dei primi vigneti, 6-7 ettari, fino alla realizzazione della cantina, che ora ho trasferito ricostruendola completamente sulla via Bolgherese. L’azienda comprende quasi 12 ettari e mezzo vitati e un agriturismo con all’interno un wine-shop».

Qual è la sua filosofia di vignaiolo?

«Il vino deve essere buono. Sono contrario alla moda dei vini naturali a tutti i costi. Bisogna produrre vini nel massimo rispetto della natura ma seguendo la scienza della viticoltura. Io ho cominciato con un rosso che ha il nome antico di Bolgheri, Bòrgeri, come è indicato sulla carta di Leonardo da Vinci, un Cabernet Sauvignon al 40%, con Merlot 40% e Sirah al 20%, un vino che fa da 6 a 8 mesi di barrique non nuova per limitare i tannini, un vino fresco da consumare in 2- 3 anni. Al rosso ho aggiunto un bianco, Vermentino al 70% e Viogner, e un rosato vinificato in bianco stile Provenza, al 70% Sirah e 30% Merlot, che portano lo stesso nome. Ma il vino che segue l’immagine Bolgheri è Impronte, un Doc superiore con lo stesso blend del Sassicaia, Cabernet Sauvignon al 70% e Cabernet Franc, e nasce da un terreno vicino al Sassicaia, la collina di Piastraia. Fa 18 mesi di invecchiamento».

Ha aperto da poco la nuova cantina sulla via Bolgherese, distaccata dall’azienda. Perché questa scelta?

«C’era questa vecchia struttura abbandonata, la villa del Duca Allone, all’asta. Ho ristrutturato completamente la cantina, realizzata in cemento naturale con questo colore blu genziana. E qui vorrei portare avanti un progetto di accoglienza con un punto degustazione. La struttura ha una storia stranissima: il primo proprietario si inventò una Doc, prima ancora che nascesse la vera Doc, la Doc del Duca Allone, dice che fosse un vecchio nome di Bolgheri. Quasi una premonizione, perché di lì a poco è nata la Doc Bolgheri. E poi la Bolgherese è già futuro».

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