Muore bruciato nella roulotte dove viveva. Si era ridotto in povertà dopo il divorzio

(foto Claudio Cuffaro)

Massa, un’esplosione mentre stava dormendo: il fuoco si è portato via Marcelo Bularca, 58 anni, pastore di capre. Era padre di tre figli

MASSA. Sta dormendo, quando sente un’esplosione. Si siede sul letto in ascolto. Ne sente un’altra. Si infila il cappotto sopra il pigiama ed esce fuori. «La roulotte era lì davanti, avvolta in una fiamma enorme e mi son detto: speriamo che lui non sia lì dentro», racconta Aldo Giannecchini, 80 anni, vicino di casa di Marcelo Costatin Bularca, di anni 58. Sempre che vicino di casa si possa chiamare quando l’altro abita in un caravan dimenticato da Dio, in un terreno in mezzo a ville e villette in un quartiere residenziale di Massa: i Ronchi, via dei Cerri, 500 metri in linea d’area dalle spiagge.

Marcelo però è proprio lì dentro e i vigili del fuoco lo ritroveranno poco dopo carbonizzato. Ancora nessuno sa come sia scoppiato l’incendio. Da dove sia partito, se lui sia morto prima o dopo. Questo lo dirà il medico legale che eseguirà l’autopsia.


Gli inquirenti però si sentono di escludere l’origine dolosa del rogo, anche perché l’uomo aveva appena comprato due bombole del gas per cucinare e, ogni sera, fuori dalla roulotte, in una veranda che aveva fatto da sé con teli di plastica, si accendeva un fuoco.

Anche ieri sera lo ha acceso. Ha cucinato, mangiato ed è andato a letto. A mezzanotte, la prima esplosione, poi la seconda, le fiamme che divorano tutto in un lampo, il vicino che chiama i soccorsi, le sirene dei vigili del fuoco e la scoperta del cadavere.

Stamani le sue capre pascolano attorno alle ceneri della vecchia casa mobile. Appese sulle staccionate di ferro di quella che doveva essere una veranda, ci sono, intatte, le decorazioni del Natale ancora da festeggiare.

Un babbo Natale, una renna, delle luci probabilmente finte perché, nel terreno, l’elettricità non arriva.

Marcelo Costatin Bularca, di origine rumena ma in Italia da una vita, era padre di tre figli. Anni fa, lavorava in un vivaio. Poi si era infortunato cadendo da un albero. La sua gamba non gli aveva più consentito di lavorare.

Dopo il divorzio, si era trasferito per un periodo in casa di un amico sulle colline del Candia dove si produce il vino. Poi aveva deciso di andare a vivere nella sua roulotte in quel terreno che una famiglia del posto gli aveva messo a disposizione senza chiedere nulla in cambio.

Andava avanti vendendo uova, latte e legna. Era un invisibile per i servizi sociali, ma non per gli abitanti del quartiere-bene della città, che in direzione ostinata e contraria alle aspettative, lo avevano accolto come un vicino di casa qualunque e si prendevano anche cura di lui. Gli portavano pacchi alimentari, coperte, si fermavano a chiacchierare del più e del meno. «Era una bella persona, che si era fatto accettare e amare da tutti – lo ricorda il vicino -. Per me era un amico. Non vederlo più sarà un duro colpo».



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