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'Ndrangheta, un fiume di coca al porto di Livorno. Ecco come arrivava e come veniva smistata

Una parte della cocaina sequestrata

L’operazione, denominata “Nuova Narcos Europea”, ha permesso di stanare un maxi traffico di cocaina dal Sud America. I dettagli

FIRENZE. Eseguite 104 misure cautelari a carico di esponenti della’ndrina Molé, con 1.076 chili di cocaina sequestrati. Sono i numeri imponenti delle tre operazioni scattate ieri mattina all’alba, condotte rispettivamente dalle squadre mobili di Milano, Reggio Calabria, e di Firenze e Livorno.

L’operazione, denominata “Nuova Narcos Europea”, ha permesso di stanare un maxi traffico di cocaina dal Sud America, confermando come il porto di Livorno, dove sono stati sequestrati nel corso delle indagini 430 chili di polvere bianca, sia uno dei principali hub prescelti dalla criminalità organizzata per i suoi traffici.


La coca arrivava nascosta nei container, e veniva prelavata da incaricati delle cosche, con la fondamentale complicità di tre portuali finiti agli arresti in carcere. Si tratta di Massimo Antonini, livornese di 64 anni, Mario Billi, 42 anni anche lui di Livorno, e Fabio Cioni, 60 anni, anche lui livornese. Sottoposto all’obbligo di dimora Giordano Farioli, originario di Castelnuovo Garfagnana in provincia di Lucca, di 61 anni, l’uomo che avrebbe fornito un appartamento per il soggiorno a Livorno degli incaricati delle cosche. Nel filone toscano in tutto sono 13 le persone destinatarie di arresti in carcere. Tra queste anche due importanti broker calabresi, ciascuno assistito da più complici, che gestivano gli ordini di polvere bianca dal Sud America.



I reati contestati, a vario titolo, sono quelli di associazione a delinquere finalizzata al traffico internazionale di stupefacenti, utilizzo di falsi documenti d’identità e favoreggiamento. L’inchiesta coordinata dal pm Eligio Paolini della Dda di Firenze ha permesso di accertare come l’organizzazione avesse anche sodali in Olanda e in Sud America. Le indagini sono partite nei primi mesi del 2019, quando è stata segnalata la presenza a Livorno di presunti esponenti di vertice delle’ndrine calabresi. Alcuni precedenti sequestri di coca fatti nel porto di Gioia Tauro avevano indotto alcune cosche, in particolare la cosca Molè, a reindirizzare il traffico di stupefacenti verso i porti di Livorno e Vado Ligure (Savona).

Nel marzo del 2019 la polizia ha scoperto un fallito tentativo di recupero di droga, che non era arrivata a destinazione, da un container contenente crostacei. Il 7 novembre 2019 gli investigatori hanno sequestrato nel porto di Livorno 266 panetti di cocaina, per un valore di 15 milioni di euro, contrassegnati col marchio H, in un container di legname proveniente dal Brasile. Il giorno dopo sempre nel porto sono stati sequestrati altri 164 panetti per in totale di 430 chili di cocaina. Nel gennaio del 2020 altri 22 chili di cocaina, prelevati da un broker della coca poi finito agli arresti, sono stati sequestrati al porto di Vado Ligure. Un maxi traffico internazionale quello stroncato dalla polizia, che non sarebbe stato possibile senza la complicità dei tre dipendenti dell’area portuale di Livorno.



Tra loro, secondo gli inquirenti, il referente principale dell’organizzazione era Massimo Antonini: in base alle accuse era incaricato di reclutare gli altri dipendenti, curare il posizionamento dei container con la droga in luoghi favorevoli del porto, e di facilitare l’ingresso nel porto dei sodali della’ndrangheta che arrivavano dalla Calabria per ritirare la coca. Nell’agosto del 2019 ne avrebbe fatti entrare due nascosti nel bagagliaio della propria auto. «Eh ma non entro», si lamenta uno dei due calabresi nel corso della conversazione intercettata nella vettura di Antonini.

«Entri, entri – gli risponde l’altro -, mettiti coricato, entrano le persone di due metri». In base alla ricostruzione della polizia, Antonini, finito agli arresti insieme ai colleghi Mario Billi e Fabio Cioni, una volta passato il suo cartellino sarebbe entrato nell’area doganale del porto, e avrebbe individuato il container grazie alla indicazione fornite in precedenza da Cioni. I due calabresi, vestiti con le pettorine dei dipendenti del porto, avrebbero poi forzato il lucchetto che chiude il container e sarebbero entrati, ma non avrebbero trovano la droga, che non era mai giunta a destinazione. Poco dopo sarebbero costretti ad andare via, sempre nascosti nel bagagliaio, per l’arrivo di altri lavoratori.

Quella sera stessa Mario Billi sarebbe stato inviato nel porto col compito di chiudere lo sportello del container che nella concitazione i malviventi avevano lasciato aperto, ma avrebbe rinunciato trovando sul posto pattuglie della polizia: «Erano lì, oh – racconta Billi in una delle conversazioni intercettate, pattuglie della polizie della finanza -. Io di andare lì vicino non me la sono sentita». Nonostante l’operazione non fosse andata a buon fine, uno dei calabresi, Rocco Molè, anche lui agli arresti, pretende di ricevere il compenso previsto per il recupero della droga, alla luce del rischio corso: «Comunque – dice – qualche cosa di soldi ci danno lo stesso, certo non tutto” ma “ce li devono dare, noi abbiamo rischiato, ce li devono dare se no... Se no entro dentro casa e gli taglio il cuore». In un’altra conversazione, relativa al recupero di un altro carico di cocaina, nel novembre del 2019, Molè fa riferimento a un ingente quantitativo di denaro, 500.000 euro, che aveva portato con sé a Livorno e che avrebbe dovuto in parte essere utilizzato per pagare tutti coloro che aveva preso parte all’operazione, compresi i portuali. Tra gli arrestati anche un dipendente civile del ministero dell’Interno, accusato di aver fornito passaporti falsi al gruppo criminale.

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