Un giornale contro le ingiustizie

Il saluto. Chiudo con un abbraccio ai lettori e ai lavoratori del Tirreno. È stato il mio primo giornale e non sarà l’ultimo. Nel mezzo ce ne sono stati tanti altri, ma di questa testata non posso non essere che tifoso

C’è un principio che va riaffermato con forza, ogni giorno nell’affacciarsi in redazione e – soprattutto – al momento del congedo dal ruolo di direttore responsabile del Tirreno: la stampa serve chi è governato, non chi governa. Questo giornale lo ha fatto con orgoglio e con passione, senza amici da proteggere e nemici da combattere in via pregiudiziale, apprezzando le azioni per quel che sono o sono state e non per le giacche politiche indossate dai protagonisti. Un giornale non è solo un catalogo di notizie, è diario delle comunità che rappresenta ma è anche e soprattutto riflessione, inchieste, approfondimenti.

Un giornale che abbia un senso per essere letto non può fermarsi a quel che appare. Deve guardare anche dietro le quinte per capire se ci sono fili mossi da pupari e se chi si presenta sul palcoscenico è attore o marionetta.

Il Tirreno ha quasi 145 anni di storia. I giornalisti, i direttori e gli editori cambiano ma l’identità di questo giornale resta legata al territorio sul quale mostra lo sguardo e, soprattutto, ai lettori. Nel presentare la nuova veste del giornale con il cambio di editore e il mio arrivo come direttore, ho voluto farla immaginare con dieci immagini simbolo del nostro impegno: Sant’Anna di Stazzema e l’eccidio nazifascista; l’aeroporto di Pisa; l’autostrada fantasma; il lavoro che uccide; il lavoro che inquina; la grande bellezza; i piccoli comuni; le isole; i muri del ringraziamento (negli ospedali) e il no all’indifferenza.

Intorno a questo ho, abbiamo, costruito una narrazione identitaria, riportato il giornale in una dimensione di centralità di dibattito. Abbiamo, tutti insieme in redazione, condotto battaglie, con buoni alleati e con qualche avversario, talvolta a viso aperto e più spesso nascosto dietro altre mani e altre penne. In particolare, sull’importanza delle infrastrutture per l’indispensabile crescita di questo territorio siamo riusciti a riaccendere anche qualche passione sopita. A dare uno slancio alla lotta contro le ingiustizie e le diseguaglianze. A risvegliare coscienze assuefatte e intorpidite.

Fra le tante lettere che mi sono pervenute, mi ha fatto molto piacere pubblicare sul giornale dell’altroieri quella di Federico Matteoli, figlio di Altero, parlamentare e ministro di centrodestra, uno che veniva dalla tradizione fascista. Uno, per spiegarla anche meglio, dal quale mi hanno diviso molte cose ma al quale ho sempre riconosciuto un alto senso delle Istituzioni, un rispetto per le regole della democrazia e una ammirevole passione per una battaglia che oggi è di tutti e che in certi momenti era di pochi. Altero Matteoli è morto in un incidente stradale sulla vecchia Aurelia, nei pressi di Capalbio, nel tratto più pericoloso. Nell’editoriale di presentazione la terza foto era proprio quella dello schianto che il 18 dicembre 2017 provocò la morte del senatore, già ministro nei governi di Silvio Berlusconi. Nel 1985 era uscito malconcio da un altro incidente sulla Tirrenica ed era stato fra i più attivi nel cercare di oltrepassare il muro di gomma che negli opposti schieramenti ha frenato le reali intenzioni di porre fine a questa vergogna. Ebbene, nella lettera del figlio c’è la soddisfazione di veder condivisa la battaglia del padre anche da chi in passato non l’aveva sostenuta con lo stesso entusiasmo. Non c’è solo l’orgoglio commovente per un padre che è morto sul “campo”. C’è tutta l’essenza di un dolore da condividere e di tanti mea culpa che fin qui non abbiamo mai visto e sentito. Certo, anche a destra non c’era la stessa convinzione di Matteoli ma qui si parla di uomini ed è giusto fermarsi a questo, senza entrare nei meandri di una visione complessa di questa vergogna che ha colpe diffuse in ogni schieramento.

E sempre in tema di uomini conservo con grande soddisfazione l’emozione di un incontro fra i tanti, quello con Enrico Pieri, uno dei sopravvissuti della strage nazifascista di Sant’Anna di Stazzema. Proprio sotto la stele che ricorda le 560 vittime, nel giorno della commemorazione, gli ho consegnato la sovracopertina speciale che il nostro giornale ha dedicato alla ricorrenza. Aveva ancora gli occhi lucidi dopo aver parlato per l’ennesima volta pubblicamente di quei terribili momenti. Guardava quella copertina e non faceva che ripetere “ grazie, grazie ” sempre più commosso. Bisognerebbe andarci a Sant’Anna, almeno una volta nella vita. Non è solo un omaggio alle vittime, è un abbraccio alla libertà. E a uomini come Enrico. E quel “grazie” oggi mi viene da dirlo a lui e a tutti quelli che ci hanno portato fin qua combattendo battaglie di giustizia, dando speranza agli altri, senza piegarsi a compromessi, senza indulgere in genuflessioni per il potente di turno.

Bisogna battersi per ciò in cui si crede. È la prima lezione di vita che ho ricevuto in famiglia, poi a scuola e anche attraverso tanti maestri che mi hanno accompagnato nel lungo cammino in questa professione. Mi sono sempre trovato bene nel combattere con questo spirito, è l’unico modo che conosco per onorare il mestiere. E sono convinto di potermi trovare ancora bene. Domani e in tutti i giorni a venire.

Chiudo con un abbraccio ai lettori e ai lavoratori del Tirreno. È stato il mio primo giornale e non sarà l’ultimo. Nel mezzo ce ne sono stati tanti altri, ma di questa testata non posso non essere che tifoso. E dunque, alé Tirreno. Per sempre.

Twitter: @s_tamburini

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