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Giani: serve una legge sul fotovoltaico, dal Recovery un rischio scempio per il paesaggio toscano

Un impianto fotovoltaico vicino al mare

Il presidente Giani: Roma ci chiede 25 km quadrati di pannelli, serve una norma per tutelare il paesaggio toscano. Pnrr, possiamo fare solo micro-progetti

FIRENZE. «Il ministro della transizione ecologica ci chiede 25 chilometri quadrati di fotovoltaico. Ma noi invece ci chiediamo: dove, sul paesaggio toscano?». Un macchione di specchi sulla mitica iconografia della Val d’Orcia? Un’ombra gigante di lamiere sulla Toscana da cartolina del Chianti?O magari su un terreno agricolo sulla costa, a pochi passi dai pini di Baratti? Eugenio Giani ha strabuzzato gli occhi. Sì, esatto. Ven-ti-cin-que.

Roberto Cingolani, atterrato nel governo Draghi con un’aura un po’ grillina e un po’ renziana per le militanza alla Leopolda, preso da frenesia ecologista, vorrebbe che la Toscana progettasse con i fondi del Pnrr, il famoso Piano nazionale di ripresa e resilienza, campi di pannelli solari che in tutto coprano una superficie pari a quella di due grandi quartieri di Firenze, un quarto della superficie di Livorno, poco meno della metà dell’Argentario. Vorrebbe cioè che la regione contribuisse, di qui ai prossimi nove anni, a generare dalle fonti rinnovabili 2.500 megawatt. Che per l’appunto sono traducibili in 25 km quadrati di fotovoltaico. Pena, la perdita dei fondi europei. Per questo il presidente della Regione, uscendo dalla sala Pegaso dove ha convocato assessori, sindaci dei capoluoghi e presidenti di Provincia per un punto sulle risorse, dice che «vi è la necessità di una legge che identifichi quali sono le superfici utilizzabili e salvaguardi l’alto profilo dell’ambiente». Tradotto: Giani vuole stoppare Cingolani. Perché, applicato alla Toscana, il turbo ecologismo potrebbe trasformarsi in uno scempio. «Se da una parte c’è la necessità di produrre energia rinnovabile – dice Giani – dall’altra c’è quella di tutelare un paesaggio unico al mondo. Il fotovoltaico può semmai essere installato nelle aree industriali dismesse, favorendo anche i processi di bonifica. Ma se deve rubare terreni all’agricoltura dico no». L’idea del presidente è quella di riunire i massimi esperti del settore e di paesaggio in un convegno e poi varare una legge regionale. «Anche perché – spiega l’assessora all’ambiente Monia Monni – l’indicazione de 2.500 megawatt non ci obbliga a generarli tutti dal fotovoltaico. Potremmo diversificare, puntando anche sull’eolico. Anche se noi vorremmo sviluppare la geotermia, da cui la Toscana trae già il 30 per cento del fabbisogno elettrico».


Dal vertice a Palazzo Strozzi Sacrati, Giani poi esce con un’altra certezza. «Il Pnrr non ci consente di varare progetti eclatanti ma micro-progetti diffusi sul territorio». Quasi un monito alla grandeur di certi sindaci. L’ostacolo quasi insormontabile infatti è quello dei tempi. Roma ha già erogato per la Toscana un miliardo e mezzo, 450 milioni per la sanità, con cui costruire case della salute («Sì, ma in queste strutture dobbiamo mettere anche il personale, servono i soldi», ricorda Giani al sottosegretario Andrea Costa), 450 per le politiche sul lavoro, altri 400 per trasporti e infrastrutture e 120 per progetti di rigenerazione urbana nei Comuni. Ma tutti i sindaci temono proprio la tagliola dei tempi.

«Entro il 2026 dobbiamo consegnare le opere. Come Anci abbiamo fatto delle proiezioni: con la burocrazia attuale, in quattro anni si riesce a fare una scuola, vi immaginate come si può realizzare una tramvia», dice Matteo Biffoni, sindaco di Prato e presidente di Anci Toscana. Certo, entro fine anno verranno reclutati 53 super esperti – ingegneri, manager, economisti – che aiuteranno Regione e Comuni nella messa a punto dei progetti. «Ma se non corriamo rischiamo di perdere il treno del Pnrr. E per correre c’è da tagliare la burocrazia, a cominciare dalle Soprintendenze», è convinto Alessandro Tomasi, sindaco di Pistoia. «Se qualcuno ruba, va messo in galera dritto come un treno, ma è impensabile rispettare i tempi del Pnrr con le procedure italiane», aggiunge Biffoni. Che mette in guardia da un altro rischio. «La paura della firma potrebbe bloccare molti sindaci. Va riformato l’abuso d’ufficio».

«Tutti abbiamo le idee chiare su cosa fare, qui a Livorno dalla riconversione della raffineria al restauro delle Terme del Corallo –dice il sindaco Luca Salvetti – ma scontiamo un deficit strutturale nella macchina. Noi avremmo bisogno di dedicare dieci esperti sulla partita del Recovery, ma senza un aiuto esterno come Comune possiamo metterne in campo due o tre».

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