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Mps-Unicredit, rotte le trattative: perchè l'affare ora è a rischio

Il ministro del Tesoro Daniele Franco. L'amministrazione delegato di Unicredit Andrea Orcel

La banca milanese vuole 7 miliardi di dote, lo Stato può darne 5. Ma c’è chi dice che può essere solo “tattica” per ottenere più tempo

SIENA. Due miliardi di euro. E’ questa la distanza che potrebbe far saltare il banco nella trattativa tra Unicredit e il governo per l’affare Monte dei Paschi di Siena. Dopo mesi di approfondimenti, con gli analisti di piazza Gae Aulenti e i tecnici del Tesoro al lavoro per trovare la quadratura del negoziato, lo stop è arrivato come una “bomba” nel pomeriggio di ieri: il governo italiano e UniCredit si stanno preparando ad annullare i negoziati su Mps dopo che gli sforzi per raggiungere un accordo sul piano di ricapitalizzazione sono falliti, ha scritto Reuters sul suo sito. Secondo quanto riportato dall'agenzia, il Tesoro avrebbe fatto sapere di non essere in grado di soddisfare le richieste di Unicredit per un pacchetto di ricapitalizzazione del valore di oltre 7 miliardi di euro in quanto questo renderebbe l'accordo «troppo punitivo» per i contribuenti. Ad incidere, inoltre, l'impossibilità di raggiungere un accordo basato sulle condizioni fissate a luglio. E così, la partita, che in molti ambienti sia romani che milanesi era data ormai per chiusa, rimane quanto mai incerta con la distanza tra Unicredit e il Tesoro che è tornata ad essere più ampia e la matassa destinata a sciogliersi solo nei prossimi giorni.

SOLO TATTICA?


E così, se dopo gli ultimi rumors il negoziato «potrebbe anche saltare», i ben informati rimangono convinti che «alla fine si farà» e che «è normale» che nel momento cruciale «salga la tensione» con le parti che giocano «al rialzo». E che le parti stiano solo prendendo qualche mese di tempo in più per chiudere. Del resto, la norma che prevede la trasformazione delle Dta in crediti fiscali in caso di aggregazioni, la cui scadenza attuale è prevista per il 31 dicembre, sarà prorogata per altri sei mesi. Al tempo stesso, Unicredit procede con il suo piano di riorganizzazione della rete commerciale perimetro Italia come comunicato ai sindacati venerdì. «Una procedura – si legge nella comunicazione – attivata in caso di rilevanti ristrutturazioni o riorganizzazioni».

IL CDA DI UNICREDIT

Quel che è quasi certo è che un punto fermo lo si metterà mercoledì, giorno in cui peraltro è convocato il cda della trimestrale di Unicredit. Oltre a quanto capitale iniettare nel Monte con una forchetta che oscilla tra 5 e più di 7 miliardi, questa la richiesta di Orcel, a fare arenare il negoziato ci sarebbe inoltre il tema del perimetro. Le pre-condizioni di fine luglio erano chiare. Unicredit era disposta prendere Mps, oltre che a impatto zero sul capitale, ripulita dai rischi legali, senza “npl” (crediti deteriorati), da cedere ad Amco, senza le società prodotto (Mps leasing & Factoring, Mps fiduciaria, Mps Capital services). Tra i nodi da definire quello degli esuberi, che potrebbero essere 6-7 mila, con un costo stimato fino a 1,4 miliardi.

MPS DA SOLO

Nel caso in cui venisse meno la fusione, per Mps, rimane l'alternativa “stand alone” (restare da soli). La banca ha pianificato un aumento da 2,5 miliardi che prevede di chiudere entro aprile dell'anno prossimo, secondo quanto Rocca Salimbeni ha scritto alla Bce, che ha chiesto, con una lettera lo scorso 11 giugno, di indicare come intendesse evitare la generazione dello “shortfall”. Deficit di capitale vero “tallone d'Achille” per Siena e che l'istituto nei conti diffusi ad agosto ha indicato in ulteriore riduzione di mezzo miliardo al 30 giugno 2022. In questo quadro c'è da dire che la ricapitalizzazione, su cui pende la spada di Damocle dell'autorizzazione Dg Comp, ha sempre però rappresentato un'opzione subordinata rispetto alla fusione. Una matassa difficile da sbrogliare a meno che il Tesoro non abbia pronta un'altra opzione.

Per Unicredit, la strada è diversa. Orcel è stato chiamato per risollevare il business del gruppo e le fusioni e acquisizioni sono una possibilità perché possono essere un acceleratore ma non sono l'unica strada. Eventuali prede non mancano tanto all'estero quanto in Italia.

Nei mesi scorsi all'ipotesi Mps, si è accompagnata anche quella sul Banco Bpm, visto sempre in pista per essere l'architrave di un terzo polo. Unicredit dopo aver licenziato i conti del trimestre, gli analisti vedono un utile netto di 838 milioni di euro, tra novembre e dicembre presenterà il nuovo piano.

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