Crisanti: «I no-vax rischiano ogni giorno, condannati a essere fortunati»

Il microbiologo Andrea Crisanti

Il microbiologo Andrea Crisanti avverte che con le nuove varianti il Covid sarà difficile da tenere sotto controllo e l’unica soluzione per renderlo innocuo è vaccinarsi 

«Il virus è molto più pericoloso del vaccino. A lungo termine, prima o poi se lo beccheranno tutti». Lo dice il microbiologo Andrea Crisanti, direttore del dipartimento di Medicina molecolare all’Università di Padova. Precisa subito: «La differenza si vede già oggi e si vedrà nel corso del tempo tra i vaccinati e i non vaccinati. I primi, magari potrebbero neppure accorgersi di averlo preso, come accade con la normale influenza. I secondi, hanno invece molte più possibilità di finire ricoverati in ospedale».

Il professore ribadisce ciò che va dicendo da mesi: l’importanza della vaccinazione contro il Covid-19. Quella a Crisanti è la quarta intervista di un ciclo dedicato ai più importanti epidemiologi italiani, da tempo in prima linea nella lotta contro il coronavirus. Dopo Fabrizio Pregliasco, Francesco Menichetti e Pier Luigi Lopalco, è dunque il docente universitario a spiegare perché è decisamente meglio vaccinarsi.


Professor Crisanti, cosa può dire ancora agli indecisi, a chi per convinzione e scelta non si è vaccinato?
«Direi che, se non sono stati finora contagiati, hanno avuto una grande fortuna. Perché quando sei indifeso al virus basta un minimo spiraglio per attaccarti. Invece chi non è vaccinato deve avere fortuna sempre, in ogni momento, 24 ore su 24, 365 giorni all’anno. Ed è statisticamente quasi impossibile».

Oltre a incrociare le dita, cosa risponde ai no-vax che dicono di non avere paura del Covid?

«È facile dirlo adesso. Queste persone, per fortuna la minoranza, si sentono sicure perché oltre l’80 per cento di cittadini intorno a loro sono vaccinati. Si sentono dunque protette dagli altri. E in più fanno affidamento sul livello di attenzione personale che possono avere quando si muovono per le città. Ma chi rifiuta il virus è attaccabile. Per questo, prima o poi, verrà attaccato. I no-vax devono prendere consapevolezza di questo aspetto».

Quanto è importante vaccinarsi soprattutto a questo punto dell’epidemia?

«Lo ribadisco ancora una volta: è fondamentale, altrimenti non ne usciremo mai. Lo vediamo dai numeri: col vaccino è diminuita drasticamente la letalità del virus, e questo ci ha permesso di ritornare alla normale vita sociale, con la ripartenza di tutte le attività e con le persone che sono tornate a incontrarsi. Senza la protezione vaccinale, questo non sarebbe stato possibili».

Le varianti in circolazione, in particolar modo la Delta, hanno complicato la lotta al coronavirus?

«È complicata certamente perché l’indice di trasmissibilità è molto più elevato rispetto alla versione originaria del Covid, si avvicina alla contagiosità riscontrata nella varicella, che abbiamo quasi sconfitto con il vaccino raccomandato ai neonati. Lo stesso vale per questo nuovo virus e le sue varianti: senza il vaccino avremmo un numero spaventoso di contagi, di ricoveri in ospedale e di decessi. E invece i numeri sono in diminuzione».

Per colpa delle varianti dobbiamo alzare l’asticella della vaccinazione?

«In Italia, siamo oggi a circa l’82 per cento di popolazione vaccinata. Secondo me l’obiettivo realistico è portare questa quota all’85 per cento: la considero il raggiungimento dell’immunità di gregge. Fare meglio è più difficile con una fetta di popolazione non vaccinabile per particolari patologie, e se per esempio non possiamo vaccinare gli under 12».

L’inoculazione della terza dose alle categorie che ne hanno diritto va a rilento: come lo spiega?

«C’è una sorta di fatica psicologica accumulata. Questa condizione l’abbiamo provata tutti durante i periodi di lockdown e di restrizioni. Adesso viene avvertita di fronte alla possibilità di fare la dose aggiuntiva. Dovremo aspettarci una percentuale inferiore di vaccinati rispetto alla prima e seconda dose. E se poi dovesse esserci una quarta somministrazione, la percentuale diminuirà ancora».

Professore, come giudica l’introduzione da oggi dell’obbligo di Green pass anche per accedere ai luoghi di lavoro pubblici e privati?

«Intanto non dobbiamo fare confusione tra la certificazione e il vaccino, purtroppo la questione è stata strumentalizzata a livello politico e sindacale. Serve essere vaccinati, non possedere il Green pass. Secondo me è una misura che va ripensata, perché come abbiamo visto crea un varco per le polemiche. Il vaccino non può avere una durata di sei mesi, mentre la certificazione ha nove mesi di validità. Indubbiamente finisce per alimentare la contrapposizione sociale».

E come è possibile ripensare questo “passaporto” anti Covid?

«In un modo abbastanza semplice: avviciniamoci all’immunità di gregge, all’85 per cento di cittadini vaccinati, e poi aboliamo il Green pass. Non avrebbe più senso di esistere».

Come dobbiamo comportarci a lungo termine con questo virus?

«Il messaggio è rivolto soprattutto ai no-vax, a chi è titubante. Con la diffusione delle varianti, il coronavirus è sempre più difficile da mettere sotto controllo. Dunque non possiamo fare altro che conviverci. La campagna anti Covid-19 diventerà come quella antinfluenzale, che partirà nelle prossime settimane. Dovremo cioè vaccinarsi ogni anno, solo così riusciremo a renderlo praticamente innocuo. Prima o poi i no-vax dovranno prendere coscienza di questo. E dovranno vaccinarsi per non andare incontro a guai seri».

© RIPRODUZIONE RISERVATA