Una giornalista da ricordare per il coraggio

La giornalista Anna Politkovskaja è stata uccisa 15 anni fa

Di Anna Politkovskaja ho un ricordo nitido che resiste inossidabile nel tempo, sia per le circostanze concitate del primo incontro che per la statura del personaggio. Tante sono le persone che ho conosciuto nelle mie frequenti scorribande negli angoli più remoti e inospitali del vecchio continente.

Altrettante sono quelle che ho incontrato a Bruxelles.


Il mio ufficio era una specie di porto franco dove approdavano molti dei visitatori che navigavano occasionalmente nei corridoi dell’europarlamento.

La porta era sempre aperta; nonostante la consueta intricata agenda di appuntamenti e riunioni cercavo sempre di trovare qualche minuto per tutti e mi dispiaceva se ero costretto a dare forfait.

Un pomeriggio, credo fosse la primavera del 2002, mi telefona Heidi Hautala, una deputata finlandese oggi vice-presidente dell’Eurocamera. «Paolo, vorrei farti conoscere una giornalista russa molto interessante, puoi raggiungermi per favore?», indicandomi un caffè di cui non ricordo più il nome nelle vicinanze degli edifici parlamentari.

Dopo qualche minuto mi ritrovo davanti a una tazza di tè caldo insieme a un paio di rappresentanti di organizzazioni non governative che si occupano di diritti umani. Argomento dell’incontro informale era ovviamente la situazione in Russia con Anna, che mi viene presentata brevemente, come ospite di riguardo.

Avevo già sentito parlare di lei e delle sue coraggiose inchieste sulla guerra in Cecenia nelle quali aveva denunciato gli abusi e i misfatti dell'armata rossa.

Il giornalismo investigativo non è mai visto di buon occhio, tanto meno in Paesi come la Federazione Russa che non brillano certo per la libertà di espressione. Negli ultimi tempi, in particolare, si era occupata del regime di Ramzan Kadyrov, il boss locale tuttora al potere che con l’aiuto di Mosca aveva instaurato in Cecenia, dopo la fine del conflitto, il regno del terrore. In quegli anni in Europa ci si interrogava ancora su chi fosse veramente e quale fossero le reali ambizioni di Vladimir Putin che aveva da poco sostituito al vertice dello Stato Boris Eltsin, considerato un riformatore-democratico nei circoli occidentali.

Anna fu inequivocabile e tranciante nonostante l’interpretazione consecutiva (lei non parlava inglese) tendesse a smorzare i toni. «Attenzione», era il suo grido di allarme, «con Putin la stagione della democrazia nel mio Paese si sta pericolosamente concludendo, abbiamo bisogno del vostro aiuto». Era un appello accorato che confesso, sul momento, di avere colpevolmente minimizzato.

Conoscevo abbastanza bene la situazione politica russa o, almeno, pensavo presuntuosamente di conoscerla.

Sono sempre stato convinto che la democrazia non si inventa, si esporta o si impone dall’esterno ma nasce da un’ esperienza di partecipazione e consapevolezza diffusa e da una convinta spinta dal basso che ha bisogno dei giusti tempi di maturazione.

Senza radici culturali e politiche è destinata irrimediabilmente a collassare. «Gli aiuti servono quando c’è una base di partenza su cui poggiare», apostrofai Anna in modo un po’ brusco, «e non mi sembra che in questo momento in Russia ci siano le condizioni propizie», fu il mio ragionamento, «un intervento esterno che forzi la situazione rischia di essere controproducente». Lei mostrò subito di non gradire il mio scetticismo ribattendo puntualmente alle mie argomentazioni. Continuammo a discutere animatamente fino al momento del congedo quando appianammo le valutazioni strategiche e ci scambiammo i recapiti per mantenere i contatti.

L’ho rivista l’ultima volta nel giugno del 2005. L’avevo invitata a partecipare a un dibattito sulla situazione in Russia a Strasburgo in parallelo alla plenaria del Parlamento europeo in vista del vertice fra Ue e Russia che si sarebbe tenuto pochi giorni dopo. Quella sera a cena in un ristorante alsaziano i toni erano distesi. Aveva ragione lei. Con Putin il vecchio apparato sovietico imperniato sul Kgb, il servizio segreto dell’Urss, era ritornato al potere e non avrebbe più mollato la presa.

Sono trascorsi quindici anni dal suo brutale assassinio in ascensore mentre rincasava.

Ad Anna Politkovskaja è stata intitolata la sala stampa dell’Europarlamento. Perché nessuno la dimentichi.

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