La politica 150 anni dopo don Sturzo

Don Luigi Sturzo è nato il 26/11/1871

Don Luigi Sturzo nasce a Caltagirone il 26 novembre 1871. Ricordare il nome del sacerdote è tenere a mente quel percorso, fatto di impegno e fede, per l’affermazione di quei principi che sono chiamati a reggere la buona politica.

Figlio del barone d’Altobrando, a ventitre anni, è ordinato sacerdote.


Studente di teologia a Roma, visitando le famiglie, per le benedizioni pasquali, assiste allo stato di bisogno nel quale molte di esse sono confinate.

Il fatto rimane vivo nella sua mente, decidendo di attuare una serie di iniziative, volte al riscatto dalla povertà e dalla miseria.

In questo periodo, la pagina economica italiana è segnata da molte difficoltà: dalla questione operaia ai tanti problemi, non ultimo quello del lavoro e del salario. Rientrato in diocesi, fonda la Cassa rurale di San Giacomo, un giornale “La Croce di Costantino” e dà vita a una fitta rete di attività mutualistiche, volte al solidarismo e al progresso sociale. Queste e altre opere contribuiscono a mettere in pratica i principi della dottrina sociale della Chiesa, portatrice delle istanze del Vangelo e accanto ai tanti volti, posti in uno stato di incertezza economica. La Rerum Novarum di Papa Leone XIII, attenta a tali questioni, sottolinea questa urgenza inserendo, al centro della vita sociale, l’importanza della persona, della famiglia e di quei bisogni che sono alla base del vivere civile.

Pro sindaco di Caltagirone e di molte altre istituzioni, civili e religiose, il sacerdote si inserisce a pieno nel tessuto sociale, realizzando un nuovo modo di rispondere ai numerosi bisogni della gente. Ciò confluisce nella fondazione del Partito popolare italiano, di cui è il segretario. L’appello ai liberi e forti (1919) ne rappresenta il programma. Punti fermi dell’istituzione sono una serie di iniziative, concrete ed effettive, che vanno dall’etica all’organizzazione pubblica. A quella prima ora del partito appartengono Alcide De Gasperi, Giuseppe Spataro, Achille Grandi, Giuseppe Donati, giornalista e primo direttore del Popolo.

Nel documento, tra le molte proposte, si legge: “E perché lo Stato sia la più sincera espressione del volere popolare, domandiamo la riforma dell’Istituto parlamentare sulla base della rappresentanza proporzionale, non escluso il voto delle donne, e il Senato elettivo, come rappresentanza direttiva degli organismi nazionali, accademici, amministrativi e sindacali: vogliamo la riforma della burocrazia e degli ordinamenti giudiziari e la semplificazione della legislazione, invochiamo il riconoscimento giuridico delle classi, l’autonomia comunale, la riforma degli enti provinciali e il più largo decentramento nelle unità regionali”.

L’approccio è innovativo, in quanto guarda alla società da un differente punto di vista. Lo studio della realtà, il buon andamento e l’attenzione alla persona sono alla base della moderna concezione dello Stato.

Non un’organizzazione statica, ma dinamica e che sa guardare al prossimo. Parte di questi idee verranno realizzate nella Costituzione. Etica, valori e Vangelo entrano in Parlamento.

Uomo alieno da compromessi e autentico sacerdote, l’attenzione per le classi più svantaggiate e quel modo franco di fare politica danno fastidio a molti che non amano il coraggio del presbitero. Rientrato in Italia, dopo un duro esilio, è eletto giudice dell’Alta Corte di Giustizia per la Regione siciliana e senatore a vita.

Continua la propria battaglia in difesa dell’etica e di un retto operare per la costruzione di una società migliore e di un impegno fatto di coerenza ed amore alla verità. Spira l’8 agosto 1959, dopo un’esistenza spesa al servizio della collettività.