Abel, l’umanoide che reagisce alle emozioni

Abel, l’umanoide con le sembianze di un bambino di 12-13 anni è all’Internet Festival di Pisa

Pisa, il bambino-robot capisce chi gli sta di fronte

C’è un negozio, nell’ultimo libro del premio Nobel per la letteratura Kazuo Ishiguro, in cui si vendono gli “amici artificiali”, androidi creati per tenere compagnia agli esseri umani. Tra questi c’è Klara, che ha il compito di leggere e “studiare” il cuore di Josie, la bambina protagonista. Qualcuno direbbe fantascienza, o immaginazione letteraria. Però basta uscire dalle pagine del libro per incontrare un personaggio molto simile a Klara sotto diversi aspetti.

Questo personaggio si trova a Pisa. Il suo nome è Abel, una forma di vita artificiale con le sembianze umane di un adolescente tra i 12 e i 13 anni, privo di genere definito. La sua particolarità? Quella di capire, e simulare, le emozioni delle persone che ha davanti. Gioia, dolore, rabbia, tristezza, ansia. E subito una domanda, forse un po’ perturbante, sorge spontanea. Abel può provare emozioni? «La risposta è no», chiarisce Enzo Pasquale Scilingo, docente di bioingegneria elettronica e informatica dell’Ateneo pisano e a capo del gruppo che sta sviluppando Abel, “nato” dai ricercatori del Centro di Ricerca “E. Piaggio” dell’Università di Pisa in collaborazione con la Biomimics di Londra, da cui sono usciti i più celebri alieni del cinema, Star Wars su tutti. «In realtà questo non è del tutto inverosimile, anche se non è la direzione verso cui vogliamo andare. O meglio, sì, ma sempre all’interno di certi schemi e protocolli che diamo. Sarebbe però possibile far esprimere ad Abel emozioni in maniera “autonoma” in funzione di stimoli precisi provenienti dall’esterno. Ma questo implicherebbe sempre la presenza di un algoritmo».


Il punto di forza di Abel, “presentato” al pubblico ieri mattina a Pisa durante l’Internet Festival (non a caso durante un dialogo tra etica e tecnologia), «è come esprime le emozioni, cioè in modo interattivo, dinamico e in tempo reale», sottolinea il professore. «In pratica il robot monitora, grazie a una serie di rilevazioni, lo stato emotivo di chi ha di fronte e risponde obbedendo a dei protocolli comportamentali ben precisi. L’obiettivo è infatti quello di far interagire Abel con le persone. Ci sono già due progetti di possibile applicazione: in un caso si potrebbe utilizzare nei casi di adolescenti con disturbi di condotta, sia a scopo diagnostico sia come strumento terapeutico. L’altro campo è quello delle malattie neurodegenerative, dove Abel può cercare di stimolare la sfera affettiva del paziente». Ma il lavoro da fare non è ancora finito. Diversi gli spunti per rendere l’interazione sempre più fluida e naturale: «Finora», continua il professor Scilingo, «la percezione di Abel delle emozioni avviene con dei sensori non invasivi posti addosso al soggetto. E questo, cioè la capacità di rilevare anche i parametri vitali dell’interlocutore (come battito cardiaco, sudorazione delle mani), è un valore aggiunto rispetto ad altri androidi umanoidi. E il passo futuro è quello di dotare Abel con una rete di sensori che funzionino da remoto. Così il soggetto può interagire naturalmente, senza dover indossare nulla. È un aspetto, questo, ancora in fase di studio, anche se abbiamo già individuato dei sensori testati (e funzionanti), per ora al di fuori del contesto Abel.

C’è poi la parte della voce: abbiamo già una collaborazione, e ne stiamo cercando altre, per consentire ad Abel di capire lo stato emotivo anche attraverso il tono e la modulazione della voce. Per le tempistiche è difficile dare una data precisa, ma sono convinto che questi passaggi avverranno in tempi brevi. Un’accelerazione dipenderà dall’eventuale arrivo di finanziamenti europei e nazionali già sottomessi».

L’altro filone di ricerca riguarda invece le regole di interazione: se ad ora queste si basano su dei sistemi esperti che determinano la risposta del robot di fronte a determinate condizioni, l’idea è quella di implementare questi algoritmi in modo che, per semplificare, Abel impari dalla propria esperienza. «Potrà così prendere delle decisioni in modo “autonomo”, sempre con i limiti del caso», aggiunge il professore. E a chi gli chiede se potrà mai essere una minaccia per l’uomo, risponde con un «no condizionale. La macchina è programmata dall’uomo. Il robot obbedisce a dei codici sì evolutivi e migliorativi, ma posti sempre all’interno di determinati confini che non possono essere travalicati».

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