Storia di Sabri, morto sul lavoro a 22 anni. La mamma: aveva un sogno, studiare

Sabri Jaballah in un momento di svago. A destra la mamma Alya mostra la foto del figlio in un corteo per la sicurezza

«Il mio ragazzo è speciale». Parla al presente Alya Tyahi, madre diSabri Jaballah, morto nell’azienda Millefili Spa di Montale. Come se fosse lì, seduto accanto a lei: «Ha un cuore grande, il mio ragazzo. Ma è stato dimenticato in fretta. Questa città non ci ha mai accettato»

«Il mio ragazzo è speciale. Mi chiama mammina mia e quando vede che sono impegnata corre sempre a darmi una mano. Ha un cuore grande, il mio ragazzo». Parla al presente Alya Tyahi, madre del giovane Sabri Jaballah, 22 anni, origine tunisina, di Kairouan, morto sul lavoro il 2 febbraio nell’azienda Millefili Spa di Montale, distretto industriale tessile. Una delle giovani vite rotte di netto dal lavoro. Parla al presente Alya, come se Sabri fosse lì seduto accanto. Verso le 5 del pomeriggio, Alya e gli altri due figli sono in preghiera. E nella mente e nel cuore c’è la vita spezzata di questo ragazzo, arrivato in Italia nel 2012, nove anni fa, da Kairouan per ricongiungersi con la madre, gli altri fratelli più piccoli e con il padre, da 36 anni a Prato.

Una vita, quella della famiglia Jaballah, alla ricerca di una condizione serena e fatta di lavoro. Alla ricerca di quell’ascensore sociale che sembra mancare dovunque da troppo tempo. Il padre di Sabri fa il pasticcere da tanti anni in una nota pasticceria di Prato. «È un colpo che ci ha spezzato la schiena. Abbiamo pianto tanto, ma dobbiamo ora guardare avanti. Abbiamo addosso tanto dolore e lo subiamo», dice lo zio Samuel Tyahi, 43 anni. «Era un ragazzo più avanti della sua età, aveva sempre voglia di lavorare e conoscere». Nel tempo libero, Sabri Jaballah si era inserito in un gruppo di amici particolare che si ritrovava alla Biblioteca Lazzerini, a Prato. «Divorava i libri, li portava a casa in prestito, aveva voglia di conoscere sempre di più, una curiosità incredibile. Libri e dvd», ripete lo zio. Su una parete vicino alla tv, il diploma di perito meccanico di Sabri Jaballah preso all’istituto superiore Marconi. È lì, affisso con fierezza. «E gli piacevano le auto, ne voleva una», tenta un sorriso per uscire dal dolore, la madre Alya. Con i primi soldi delle mensilità da apprendista, Sabri avrebbe voluto un’auto nuova.

«Quella mattina del 2 febbraio mi ha salutata come sempre. Era molto presto: buongiorno mamma, vado al lavoro. E sempre con il sorriso», e si riapre di colpo l’angoscia nella giovane madre. «Non voglio ricordare quei minuti, per favore, li sto rimuovendo. Soprattutto per gli altri due, che sono più piccoli e ancora sconvolti dalla tragedia. Adoravano Sabri, era la loro guida. Continuano a mandargli messaggi dovunque. Non accettano la morte del fratello». Ad aiutare moralmente la famiglia Jaballah sono stati gli italiani del quartiere, qui vicino alle mura di Prato a pochi metri da Porta Frascati. «Gli italiani ci sono stati vicini - conferma lo zio - più dei tunisini. Sabri era conosciuto per la sua cordialità e gentilezza. Era così. Poi, il padre è più italiano che tunisino». Lo zio Samuel adesso fa il muratore. A Tunisi ha fatto qualche anno di università, iscritto a Filosofia. Ora costruisce case. In Italia le famiglie Tyahi e Jaballah cercavano quel riscatto sociale che mancava in Tunisia. Lavorare e far studiare i figli, poter accedere ad una vita più sicura.

«Sabri era un ragazzo disponibile, forse troppo - prosegue Alya - non doveva essere lì in quel momento a quella macchina. Assieme a lui non c’era nessuno. Mentre li accanto doveva esserci una persona esperta a guidarlo nei movimenti. Aveva un contratto di apprendistato», ripete la madre. Per il momento, non si è fatto vivo nessuno. La Procura porta avanti l’inchiesta, ma ancora non si conoscono i risultati. La parte civile della famiglia Jaballah è seguita dallo studio dell’avvocato Cristiano Giovannelli. «Mi chiedo come mai le attenzioni sono sempre state per la morte di Luana e non per quella di Sabri. Avevano la stessa età quasi. Ma Sabri è stato dimenticato, in fretta», ripete la mamma.

Il giorno stesso della morte del figlio, ai primi di febbraio, Alya Tyahi, sconvolta dalla tragedia, non ebbe remore nel dire che «questa città non ci ha mai accettato». Una frase dirompente alla quale Alya Tyahi crede ancora. «Sì lo penso ancora - dice - il trattamento ricevuto mi fa pensare questo ancora oggi». «Non si è visto nessuno. Per l’azienda Millefili non esistiamo più. Il Comune, anche con un saluto, non c’è stato. Quando ripresi gli abiti da lavoro di Sabri dai carabinieri, uno della Millefili mi offri il pagamento dei funerali del ragazzo. Rimasi indignato e gli dissi; se aveste speso i soldi per la sicurezza sul lavoro, Sabri sarebbe vivo adesso. Ho pulito il corpo di mio nipote all’obitorio di Careggi. Era un corpo straziato». La voce di Samuel Tyahi si tronca dalla commozione. La madre di Sabri, Alya, va verso un’altra stanza della casa. «Quella mattina vennero a suonare il campanello due ragazze dell’azienda, per dirci che Sabri era morto sul lavoro. Prima che arrivassero i carabinieri. Ma perché, perché tutte queste tragedie per il profitto?» Domanda senza risposta.© RIPRODUZIONE RISERVATA