Gkn, perché quei vecchi slogan che ci hanno risvegliato

La manifestazione organizzata dal Collettivo di fabbrica a Firenze: in apertura lo striscione "Insorgiamo"

Gkn tira fuori un “ora basta” da tutti noi usando parole e idee (non) dimenticate. Lo storico del lavoro contestualizza la vertenza-simbolo toscana

Osservando la vicenda in cui si sono trovati catapultati, loro malgrado, i lavoratori e le lavoratrici della Gkn, ci sono alcuni aspetti, meno visibili a prima vista, che colpiscono più di altri.

Prima di tutto il modo in cui è iniziata. La stampa e l’attenzione pubblica si sono per lo più soffermati sul licenziamento tramite e-mail, o messaggio, giudicato, a ragione, scandaloso, del quale è bene prendere coscienza che è già un metodo diffuso. Un altro dei tasselli della spersonalizzazione del mondo del lavoro e delle relazioni industriali che si va ad aggiungere ai famosi algoritmi di cui molto si è parlato, che a loro volta licenziano senza nessuna interazione umana o rispetto delle norme.


Ma se si supera questo primo dato ci accorgiamo che all’inizio di questa vicenda, e di questa lotta, troviamo dei fatti ancor più allarmanti, e che riguardano sempre il comportamento della proprietà. Questa non solo non ha informato, come previsto dalla legge, dal contratto di lavoro e da accordi aziendali, i lavoratori e il sindacato delle proprie intenzioni di chiudere, ma ha perseguito una strategia per chiudere l’azienda un giorno, adducendo alle rappresentanze sindacali motivazioni legate alla produzione rivelatesi false e pretestuose, in modo tale da avere la fabbrica vuota al momento dell’invio del licenziamento, mandando delle guardie private a presidiare l’azienda in sostituzione del servizio normale di portineria, provando a impedire per questa strada il diritto sindacale di assemblea sul luogo di lavoro.

Su ricorso della Fiom il Tribunale di Firenze ha ricostruito nei dettagli le fasi del comportamento della proprietà giungendo alla conclusione, con la sentenza del 20 settembre, che «l’intento di delegittimare il Sindacato con iniziative volte a elidere o comunque ridurre le possibilità di reazione dello stesso si riscontra anche nelle modalità con le quali è stata attuata la disposta cessazione delle attività».

L’azienda ha cioè teso una trappola per realizzare una serrata offensiva. Ci troviamo di fronte al ritorno di atteggiamenti di assoluta arroganza da parte datoriale, che ricercano la totale libertà di manovra con qualsiasi mezzo, in violazione di leggi, accordi e principi della buona fede, anche riportando sulla scena il ricorso a milizie private per risolvere i conflitti di lavoro. Un elemento quest’ultimo che desta preoccupazione, un fenomeno in crescita a livello globale e nazionale, che ha già dato vita a episodi di violenza gravi nel nord Italia e che arriva in questa occasione anche in Toscana. La storia abbonda di esempi sul ricorso a “eserciti” privati nei conflitti di lavoro, dai Pinkerton statunitensi ai mazzieri degli agrari fino agli squadristi fascisti sovvenzionati e indirizzati contro le organizzazioni sindacali.

Da tempo gli storici del lavoro più avveduti hanno posto l’accento sul fatto che le dinamiche più recenti del capitalismo, come l’individualizzazione estrema del rapporto di lavoro a scapito della dimensione del contratto collettivo evidenziata dal ricorso alle partita Iva in maniera quantomeno impropria per rapporti che si configurano come di lavoro dipendente, stiano riportando all’ordine del giorno concezioni in auge nel XIX secolo. In questo caso ci si spinge ancor più avanti e possiamo osservare la riproposizione di culture d’impresa, di rivendicazione di forme di Laissez-faire, che ci ricordano da vicino quelle dell’800 e del primo ‘900 e che segnalano fin dove si sta spingendo la riduzione del ruolo dello Stato.

In secondo luogo, la lotta che si è sviluppata a partire dal 9 luglio, e che si sta segnalando sempre più all’opinione pubblica, evidenzia degli elementi importanti.

Per la solidarietà e il consenso che sta attirando, quasi a dirci che dopo anni di crisi la misura è colma, che non si può chiudere un’azienda sana per mere ragioni speculative, lasciando sul lastrico 500 persone. In Toscana forme di mobilitazione solidale delle comunità sul territorio di fronte a crisi come queste non sono sconosciute, tuttavia in questo caso, a differenza degli anni più recenti, sembra aggiungersi un’indignazione prima più sottotraccia, una voglia di riscatto, la rivendicazione di un “basta”. E che rimette al centro anche un aspetto del nostro ordinamento che sta scivolando nell’oblio. La Costituzione prevede che la libera iniziativa privata non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale. Che utilità sociale c’è in un’operazione di questo genere? Quanto è lontano il capitalismo del XXI secolo dal dettame costituzionale?

E poi il ritorno in primo piano di elementi per molti inaspettati. La Gkn si trova in uno spazio simbolo della nostra modernità, framezzo al grande centro commerciale dei Gigli e a un cinema con 16 sale. Contesti che sono stati descritti come “non luoghi”, vedendo le persone a una sola dimensione, quella del consumatore, ma che invece sono luoghi concretissimi per chi ci lavora ogni giorno. Colpisce vedere lo striscione di solidarietà dei lavoratori dei Gigli appeso di fronte alla fabbrica.

Un luogo concreto dunque, dove è ancora presente un attore che si è voluto raccontare come desueto e scomparso, la classe operaia. Persone in carne e ossa che ancora esistono e che fanno sentire la propria voce, a dispetto di narrazioni che hanno postulato il loro superamento.

Una classe operaia con forme di organizzazione sindacale che ricordano quelle dei consigli di fabbrica, con l’aggiunta di un Coordinamento donne, fortemente radicata sul territorio e nella comunità, che attinge alla fraseologia della Resistenza. A partire dallo sciopero generale di luglio e nelle tre manifestazioni successive – una delle quali simbolicamente svoltasi il giorno della Liberazione di Firenze – abbiamo visto in piazza una sorta di patriottismo Resistenziale, che ci parla come Di Vittorio della salvezza dell’Italia attraverso il lavoro, e non solo di salvare il posto di lavoro.

Dopo anni di attacchi alla Resistenza, una mobilitazione di lavoratori si impone sulla scena recuperando lo slogan dell’organizzazione antifascista Giustizia e Libertà “insorgere-risorgere”, e chiama a un’insorgenza che mira alla difesa del territorio e della produzione, le stesse note che suonò Pertini nel suo proclama radio del 25 aprile 1945: «per la salvezza delle nostre terre, delle nostre case, delle nostre officine».

Soggetti, parole, temi che evidentemente sono ancora radicati e ancora mobilitano, aggregano, sono capaci di costruire discorso.

*storico del lavoro