L'autunno e la cultura dei diritti

I lavoratori Gkn esultano dopo lo stop ai licenziamenti: ma il loro futuro è sempre molto incerto

L'editoriale: Buona domenica. Oltre al Covid, ci sono moltissime altre partite aperte dall’esito incerto e sulle quali ci giocheremo molto

Sarà un autunno complesso e non solo per il clima. L’incubo contagi spaventa molto meno di un anno fa anche con l’incognita no-vax e no-Green pass sullo sfondo. Ma ci sono moltissime altre partite aperte dall’esito incerto e sulle quali ci giocheremo molto.

Ci sono i soldi (tanti) del Piano nazionale di ripresa e resilienza da spendere presto e soprattutto bene, tenendo a distanza gli appetiti di maneggioni e organizzazioni criminali.

Ci sono sfide importanti legate al mondo del lavoro, sia sulla tutela dell’occupazione sia sul tema sicurezza. In Toscana di recente ci sono state due storie che, purtroppo, hanno fatto scuola in senso negativo: i licenziamenti selvaggi dei lavoratori Gkn di Campi Bisenzio solo momentaneamente respinti e la morte orribile di Luana D’Orazio stritolata dai rulli di un orditoio di Montemurlo, come e peggio di quanto sarebbe potuto accadere cinquant’anni fa. Vicende purtroppo emblematiche.

E sempre in tema di lavoro c’è la vertenza Monte dei Paschi, la storica banca di Siena alle prese con un’acquisizione complicata da parte di Unicredit che rischia di trasformarsi in una mattanza sociale, specie in un territorio come il nostro che con la regressione sta facendo i conti da prima dello scoppio della pandemia. Con l’aggiunta di un’arretratezza forzata in tema di infrastrutture che si annuncia ancora lunga. Anche grazie all’ennesimo mancato passo in avanti sulla Tirrenica: l’ultimo annuncio – quello della nomina del commissario che dovrebbe poter dare il via ai lavori – si è dimostrato ancora una volta una presa in giro.

Schiacciati come siamo fra prigionia del passato e timore per il futuro, l’opera di denuncia è doverosa. Ma possiamo, anzi dobbiamo, cercare di ripartire anche dai segnali positivi, dalla voglia di reagire che si coglie qua e là in tante iniziative pubbliche.

In queste occasioni si ricomincia a cogliere il desiderio di partecipare, di capire, magari anche di contare qualcosa. Un sentimento che si contrappone al balconismo (il potente che dall’alto arringa la folla virtuale) e al lasciar decidere pochi che pensano per tutti. Tentazione diffusa a destra con molti affacci anche a sinistra.

Il primo segnale l’ha offerto a Livorno, domenica scorsa, un dibattito organizzato da un gruppo di giovani al “CambiaMente antimafia festival”. Fra gli ospiti l’ex presidente della commissione parlamentare antimafia, Rosy Bindi, e il procuratore capo di Livorno, Ettore Squillace Greco. Si è parlato di infiltrazioni mafiose in Toscana al cospetto di una platea variegata, con molti giovani desiderosi di capire, di non fermarsi all’apparenza silenziosa. Lo spunto veniva dalle recenti inchieste sul traffico internazionale di droga e sullo smaltimento illecito dei rifiuti delle concerie. Non solo si è tenuto acceso un faro sugli intrecci fra imprenditoria, mafie e politica ma soprattutto si è aperta una finestra sulla mancata percezione di quanto la criminalità organizzata sia radicata sul territorio. I ragazzi, a breve, andranno nelle scuole a raccontare tutto ciò a quelli più giovani di loro. Ed è importante questo impegno, perché oggi paghiamo gli effetti di tante distrazioni sul tema alimentate anche da tv anestetizzanti, politici distratti, social network pieni di false notizie e avvelenatori di pozzi.

Si è parlato anche della necessità di sorvegliare bene i flussi (enormi) di denaro dei fondi europei che arriveranno anche su questo territorio. E il tema ha fatto da filo conduttore anche per altre iniziative, l’ultima delle quali venerdì sera alla Festa dell’Unità di Pisa con il ministro del Lavoro, Andrea Orlando. Non tutto oro luccicante, certo, sono emersi errori (da ogni parte politica) nella gestione delle normative per la sicurezza e falle in quelle per la salvaguardia dei posti di lavoro. Ma si è colta una volontà di inversione di tendenza, che riesca a non confondere la gran parte dell’imprenditoria sana con quella speculativa, che danneggia tutti. È come un’erba tossica che rischia di infestare tutte le altre.

Anche le diverse posizioni nel governo sembrano poter diventare conciliabili: il ministro Orlando non ha chiuso alla proposta del suo collega dello Sviluppo economico, il leghista Giancarlo Giorgetti, a proposito di una possibile partecipazione dello Stato in una società che possa rilevare l’attività della Gkn a Campi Bisenzio. Certo, la tattica dilatoria del fondo speculativo inglese Melrose fa pensare che l’obiettivo principe sia chiudere del tutto quell’attività per non avere un potenziale concorrente.

E dunque bisognerà porsi anche l’obiettivo di mettere dei paletti alle multinazionali del “mordi e fuggi”, che sfruttano il territorio e poi scappano quando le cose vanno male. O, peggio ancora, quando vanno ancora bene come nel caso dell’azienda fiorentina. Che, al di là della comprensibile euforia per l’annullamento da parte della magistratura dei licenziamenti via posta elettronica, non è in salvo. Anzi, l’azienda non mostra segnali diversi se non quello di far ripartire la procedura di licenziamento e arrivare a un epilogo analogo a quello delle mail. C’è però il tempo per intervenire e non farsi cogliere di nuovo di sorpresa.

E anche in tema di sicurezza sul lavoro, conforta l’annuncio dell’arrivo già a ottobre di 500 rinforzi all’ispettorato del lavoro e di altri 1.200 prossimamente. Certo, bisognerà essere consapevoli che non è questo l’intervento risolutivo. Il problema è prima di tutto culturale: molti incidenti sono avvenuti perché a rimuovere o a non installare i dispositivi di sicurezza sono stati gli stessi lavoratori o i titolari di piccole aziende che operano nelle stesse condizioni dei dipendenti. Ed è ancor prima un problema di “sistema”. Oggi per poter stare sul mercato molte aziende sono in qualche modo “costrette” ad accelerare i tempi di produzione. E anche ad abbassare il costo della manodopera con straordinari selvaggi e malpagati, contributi inevasi e formazione ignorata.

Proprio la formazione, cioè l’“istruzione” del dipendente su ogni aspetto del proprio compito, potrebbe essere requisito necessario di civiltà del lavoro e, soprattutto, di una sorta di “patente a punti” per le aziende. Chi rispetta le regole avrebbe poco da temere, proprio come chi non supera mai i limiti di velocità sulle strade. Nelle parole del ministro, e più in generale nelle dichiarazioni d’intenti di questo governo di (quasi) tutti, qualcosa in più rispetto al passato finalmente c’è. È un primo passo per combattere quelle storture che si possono riassumere in una sola parola: diseguaglianze.

La prima, la più grave, è quella che riguarda l’Università. La pandemia ha costretto molti ragazzi provenienti da famiglie meno fortunate, alle prese con una povertà indotta dalla crisi, a rinunciare a proseguire gli studi. Così come, nelle scuole primarie e secondarie, per tanti studenti la didattica a distanza è stata elemento di separazione sociale. Provate a pensare a comode camerette con una lucente scrivania e pc di ultima generazione. E poi immaginate una casa di 70 metri quadri con due genitori in smart working e due ragazzini costretti a rimpallarsi i dispositivi e una linea traballante.

L’ascensore sociale partirebbe da qui. Da troppo tempo è praticamente fermo. Ed è questa la prima ingiustizia da combattere. Insieme con quella per l’istituzione di un salario minimo, per dare al lavoro anche un reale significato di dignità.

Twitter: @s_tamburini

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