Contenuto riservato agli abbonati

Un’invasione di 450mila cinghiali: la Toscana ha il record anche di danni

Cinghiali avvistati qualche tempo fa ad Antignano (Livorno)

Sono 4,5 milioni i risarcimenti in agricoltura. Tra i motivi della proliferazione la siccità e l’introduzione di razze non autoctone

FIRENZE. Un cinghiale ogni otto toscani: è il rapporto tra la popolazione residente nella nostra regione (3,7 milioni di persone) e il numero di questi ungulati a spasso, che ha raggiunto la cifra record di 450.000 esemplari. Tanti cinghiali significa ingenti danni alle campagne: 4,5 milioni di euro da perizie nel corso del 2020. I risarcimenti, elargiti sotto forma di contributi dagli Ambiti territoriali di caccia, coprono più o meno il 50 per cento delle perdite subite dagli agricoltori. Quest’anno siamo nell’ordine di 1, 5 milioni di euro di rimborsi. «E non ci sono soltanto i danni alle aziende agricole, ma anche gli incidenti stradali, in alcuni casi mortali – afferma Fabrizio Filippi, presidente regionale di Coldiretti –. Il fenomeno è ormai fuori controllo, non dimentichiamoci inoltre dei problemi di natura sanitaria. Chiediamo un’azione più incisiva della Regione».

«La Toscana ha la densità più alta di cinghiali in tutta Europa in rapporto alla superficie di terreno», evidenzia Massimo Damiani, membro del coordinamento regionale degli Atc. La proliferazione degli esemplari – come spesso denunciato da associazioni ambientaliste, Legambiente e Wwf su tutte – si deve anche all’introduzione di specie alloctone (esterne ndr), nello specifico ungulati provenienti dall’Ungheria, avvenuta tra 2015 e 2016. Un tipo di cinghiali più grandi di quelli autoctoni maremmani e con un tasso maggiore di riproduzione. Ma come mai adesso sono così tanti? Cosa ha indotto questa proliferazione? «Il numero è sempre stato alto – dice l’esperta in Scienze forestali, del comitato scientifico regionale Francesca Ciuti – La nostra regione rappresenta l’habitat giusto per gli ungulati, che sono legati a fattori ciclici ma che comunque sono stanziali in aree dove trovano il cibo. Noi abbiamo ghiande, faggiole e castagne in abbondanza». Prosegue Ciuti: «Piuttosto, dobbiamo chiederci come mai adesso ne avvertiamo la forte presenza fino nelle città. Questo perché i boschi sono secchi come conseguenza delle scarse piogge, e fanno pochi frutti. Dunque i cinghiali scendono a valle a cercare da mangiare e così attaccano le colture. In più, i loro spostamenti sono dovuti alla presenza altrettanto importante dei lupi, che li considerano delle prede. In pratica gli ungulati scappano cercando riparo».


La minaccia del lupo spiega per esempio il recente caso di Semproniano, nel Grossetano, dove un imprenditore agricolo ha denunciato di aver visto anche 250 cinghiali alla volta devastare le sue coltivazioni. Branchi imponenti, tanto da far tremare la terra, che si formano per proteggersi meglio dagli attacchi dei predatori.

«Fino ad agosto la situazione era abbastanza contenuta – spiega Roberto Vivarelli, coordinatore toscano degli Ambiti di caccia –. Poi la perdurante siccità ha spinto i cinghiali ad avvicinarsi alla pianura, visto che il terreno dei boschi è diventato duro come il cemento. Vanno dove ci sono i cespugli e la vegetazione, sulle rive dei fiumi, nei giardini delle case e nelle aziende agricole. Si accaniscono sulle uve in maturazione, sul grano, il girasole, il mais. Succede per esempio nel livornese e nel pisano, nel senese e nel fiorentino». Le misure messe in campo dalla Regione evidentemente non bastano per arginare il fenomeno.

Per esempio le battute di caccia selettive fuori dal calendario venatorio. L’Ispra (Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale) non ha ancora autorizzato l’anticipazione della stagione di caccia nelle aree dedicate (zone collinari e montane), che doveva partire a maggio, quattro mesi prima della consueta apertura, fissata al 15 settembre. Dal 1° ottobre le doppiette potranno sparare invece nelle zone cosiddette “non vocate”, quelle prossime alla pianura dove è concentrato il maggior numero di aziende agricole e coltivazioni. La crescita del numero di cinghiali si spiega anche con lo stop alla caccia a fine 2020, quando la Toscana era in zona rossa: i capi abbattuti sono stati 70.000, dai 10 ai 12.000 ungulati in meno rispetto al solito. Altra misura di mitigazione è stata autorizzare gli agricoltori col porto d’armi a imbracciare il fucile per difendere la proprietà. «Ma sono tutte soluzioni tampone, contributi singoli che possono essere utili in alcuni casi – sostiene Filippi di Coldiretti – vanno bene gli abbattimenti, ma devono essere potenziati i metodi non cruenti, come le catture, per poi rilasciare gli animali in aree recintate, e avviarli al macello». Il cinghiale sul mercato viene venduto a circa 20 euro al chilo.

© RIPRODUZIONE RISERVATA