Si riparla di nucleare: chance per il Paese o scelta antistorica?

Il ministro per la Transizione Ecologica Roberto Cingolani ha messo il dito nella piaga: può un Paese dove la bolletta elettrica cresce del 40 per cento per effetto dell’aumento del prezzo delle fonti di energia combustibili permettersi ancora di rinunciare al nucleare? Se qualche anno fa la discussione non sarebbe neppure cominciata, stavolta ha fatto breccia nel muro di no all’atomo che l’Italia ha eretto fin dal referendum del 1987 dopo il disastro di Chernobyl. Ma è ancora "quel" nucleare? E "questo" nuovo nucleare cosidetto "pulito" deve farci ancora paura o può essere una chance per un Paese che non ha fonti energetiche proprie? Ne abbiamo parlato con Nicola Forgione, presidente del corso di laurea di Ingegneria Nucleare a Pisa, e Stefano Ciafani, presidente nazionale di Legambiente.

Nicola Forgione (Università di Pisa): Indispensabile per ridurre le emissioni

La dichiarazione fatta un paio di settimane fa dal professor Cingolani, ha sollevato un dibattito sull’energia nucleare che probabilmente covava sotto la cenere già da tempo. Il ministro della Transizione Ecologica non ha fatto altro che affermare un concetto molto chiaro in ambito scientifico e tecnologico, cioè che è da folli non tenere conto dell’energia nucleare nella lotta ai cambiamenti climatici. Infatti, se si vuole seriamente perseguire l’obbiettivo europeo dell’azzeramento delle emissioni di anidride carbonica entro il 2050, è indispensabile coprire il cosiddetto "carico di base" richiesto dalla nostra rete elettrica con l’utilizzo dell’energia nucleare, e non più bruciando combustibili fossili (carbone o gas naturale).

Le energie alternative, quali l’eolico e il solare, risultano essere troppo variabili e intermittenti nel tempo per affidare ad esse la copertura di questo carico di base. Queste fonti, insieme ai dispositivi di accumulo, potranno invece contribuire alla produzione della quota di energia elettrica di modulazione in eccesso al carico di base. In un Paese come l’Italia, parliamo di un carico di base pari a circa 20-30 Gigawatt di potenza, che richiederebbe la costruzione di un certo numero di centrali nucleari di tipo AP1000 o EPR, o di centrali di quarta generazione.

Queste ultime, che saranno disponibili tra circa dieci anni, avrebbero il vantaggio di ridurre significativamente la produzione di scorie ad alta radiotossicità, dato che il materiale radioattivo più pericoloso verrebbe bruciato direttamente dentro il reattore stesso, e la probabilità che questi reattori possano subire un evento incidentale grave è ridotta praticamente a zero.

Questi reattori potrebbero quindi avere un ruolo rilevante nel perseguire l’obiettivo di azzeramento della CO2 per il 2050. Inoltre, sono già disponibili sul mercato i cosiddetti Small Modular Reactors (SMR), cioè reattori modulari e di piccola taglia, con potenza elettrica di qualche centinaio di Megawatt. La loro costruzione richiederebbe tempi e investimenti ridotti rispetto alle attuali centrali nucleari di grande taglia. Tra l’altro, potrebbero essere facilmente utilizzati anche per la produzione di calore, la produzione di idrogeno e la desalinizzazione dell’acqua del mare. Il Regno Unito e il Canada stanno ad esempio pensando di sostituire il proprio parco di centrali nucleari giunte a fine vita operativa con reattori innovativi di tipo SMR.

Venendo al più recente dibattito sul previsto rincaro di energia elettrica e del gas di circa il 40 per cento, tali aumenti sono dovuti principalmente alla forte dipendenza energetica dell’Italia da altri Paesi, in particolare per quello che riguarda l’importazione di gas naturale.

Il nucleare contribuisce attualmente al 25 per cento della produzione di elettricità a livello europeo, ed è molto interessante vedere come il costo del Kilowatt ora risulta essere notevolmente inferiore in quei paesi, come la Francia e la Slovacchia, che sopperiscono al loro fabbisogno di energia elettrica quasi totalmente con energia nucleare. In Italia, nonostante la prematura chiusura delle nostre centrali nucleari avvenuta a valle del referendum del 1987, la ricerca nell’ambito della fissione e della fusione nucleare e la formazione di nuovi ingegneri nucleari non si è mai arrestata. In questi anni le attività di ricerca sono state portate avanti a livello internazionale principalmente da alcune Università italiane e dall’ENEA.

L’Università di Pisa, in particolare, è una delle Università italiane più attive nell’ambito della ricerca nucleare e i suoi laureati in Ingegneria Nucleare sono molto apprezzati sia dalle industrie italiane, sia nel resto del mondo. In altre parole, il sistema Italia costituito dalle Università, dai Centri di ricerca e dalle industrie, non ha mai perso le competenze in ambito nucleare e sarebbe possibile ripartire fin da subito con la costruzione di reattori nucleari innovativi e sicuri. E’ però necessaria la volontà politica e una estesa opera di informazione della popolazione.

Stefano Ciafani (presidente naz. Legambiente): No, la ricetta sono le fonti rinnovabili

Queste settimane in cui si è tornati a dibattere sul nucleare penso siano state solo una perdita di tempo. E per più di un motivo. Oggi nel mondo abbiamo a che fare con tecnologie per la produzione di elettricità dall’atomo che sono di seconda e terza generazione, ovvero i reattori che abbiamo conosciuto negli anni ’80, ’90 e Duemila. Sono impianti che comunque hanno ancora gli stessi problemi già presenti nei primi esemplari degli anni ’50-’60. Intanto la produzione di scorie radioattive, che hanno periodi di decadimento che superano anche i 20mila anni, il cui smaltimento definitivo è un problema irrisolto in tutto il mondo. Poi il rischio di proliferazione degli armamenti nucleari e quello di incidenti catastrofici. Infine, ma non meno importante, il costo dell’elettricità prodotta. Considerando infatti tutte le spese che impone l’energia nucleare - la realizzazione degli impianti, i costi di produzione, lo smantellamento delle centrali a fine vita, la bonifica dell’area e lo smaltimento delle scorie - si parla di un bagno di sangue sotto il profilo economico: impensabile ridurre così il caro bolletta.

A titolo di esempio basti pensare che in tutto il mondo sono in fase di realizzazione due reattori nucleari - uno in Normandia e l’altro in Finlandia, nella zona Olkiluoto - che appartengono alla cosiddetta "terza generazione avanzata": rappresentano la tecnologia più all’avanguardia e comunque non risolvono i problemi citati in precedenza. Ebbene: dopo dieci anni, il solo costo per la loro realizzazione è quadruplicato rispetto alla spesa preventivata, e i cantieri sono ancora aperti.

I programmi nucleari che riguardano nuovi impianti avevano già subito una brusca frenata con l’incidente di Chernobyl nel 1986, dal 2011 dopo il disastro di Fukushima l’arresto è stato praticamente definitivo: alcuni Paesi - come la Germania - hanno deciso non solo di non costruire più centrali nucleari ma di chiudere progressivamente quelle già esistenti, altri invece - come Francia, Stati Uniti e Gran Bretagna - stanno cercando di "allungare" a 60-100 anni la vita delle centrali già esistenti. A livello globale, sono più le centrali in via di dismissione o già dismesse rispetto a quelle di nuova costruzione. Il perché di questa tendenza è semplice. I tanto citati reattori di "quarta generazione" in grado di evitare i problemi dei modelli precedenti non esistono. Non solo: il programma di ricerca in questo campo va avanti da più di vent’anni e non ha fatto un passo avanti concreto. Non voglio essere lapidario ma definire questa ricerca inefficace, se non fallimentare, credo sia il minimo. È bene ricordare che l’Italia deve ancora oggi concludere il ciclo nucleare delle centrali di seconda generazione che dopo il referendum del 1987 sono state spente. Davvero il nostro Paese può permettersi di ragionare ancora di nucleare?

L’Italia oggi non deve perdere tempo in soluzioni fantasiose e tardive e investire con forza solo su efficienza e fonti rinnovabili: la scadenza del 2050, limite entro il quale l’economia mondiale deve essere de-carbonizzata per la salvaguardia del pianeta, è quanto mai vicina e servono subito sia investimenti che norme per semplificare la realizzazione di impianti eolici a terra e a mare e fotovoltaici integrati sui tetti (anche nei centri storici). Diversamente dal nucleare, le energie rinnovabili sono in grado di ripagarli e incidere positivamente sulla bolletta liberandoci dalla dipendenza da gas: fin da ora infatti sono disponibili tecnologie - realizzabili in pochi mesi - in grado di massimizzare non solo la produzione di elettricità ma anche l’immagazzinamento di energia eolica e solare. E la ricerca in questo settore sta procedendo con passi da gigante. In Cina, ad esempio, è stata installata una pala eolica di 264 metri di altezza con una potenza di ben 16 megawatt: con una sola pala si fornisce elettricità sufficiente ad un comune di 20mila abitanti. Queste sono le tecnologie su cui puntare: non è un caso che la maggior parte delle aziende coinvolte nel mercato dell’energia stia da anni convertendo i propri investimenti in questa direzione. Il futuro dell’energia è già presente. Non perdiamo altro tempo prezioso.

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