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Parroco arrestato: le scuse del vescovo ai fedeli, gli striscioni di protesta e la domanda ancora senza risposta

Il vescovo Nerbini durante la messa di ieri mattina e uno striscione di protesta all’ingresso della chiesa

Prato: una messa riparatrice dopo lo scandalo di don Francesco, ma c'è un aspetto importante da chiarire: perché non è stato denunciato? Il caso di una donna che avrebbe donato una colonica

PRATO. Il vescovo di Prato, Giovanni Nerbini, ha incontrato ieri mattina i parrocchiani della Castellina e ha detto molte cose. Ha chiesto perdono, ha chiesto scusa, ha fatto mea culpa, ma in effetti non ha risposto alla domanda più importante per la quale molti tra i fedeli erano venuti ad ascoltarlo. Che è la seguente: perché, pur sapendo dal maggio 2020 che c’erano ammanchi di decine di migliaia di euro nei conti della parrocchia, la Diocesi non ha sporto denuncia contro don Francesco Spagnesi, il parroco finito in un giro di festini a base di sesso e droga (e poi arrestato) che di quegli ammanchi era responsabile?

La risposta contenuta nell’omelia pronunciata da monsignor Nerbini è indiretta e probabilmente non placherà coloro che versavano le offerte in chiesa e gli altri che hanno dato soldi direttamente a don Francesco pensando che fossero per opere di bene. «La Diocesi, d’intesa con la parrocchia – ha detto il vescovo – si impegna fin d’ora a mettere a disposizione dei poveri della nostra città una somma di denaro congrua a riparare quanto estorto a tante persone, della Castellina e di altre zone della città». Insomma, quando verrà accertato l’ammontare dell’ammanco, la Diocesi metterà mano al portafoglio e promette di fare quello che avrebbe dovuto fare l’ex parroco. Forse qualcuno sperava in qualcosa di diverso quando aveva sentito le prime parole dell’omelia: «Sono qui ad assumermi tutte le mie responsabilità...».


Detto questo, l’omelia è stata ben diversa dalla paludata nota diffusa a caldo dalla Diocesi martedì, poche ore dopo l’arresto di don Spagnesi, che oggi comparirà davanti al Gip nell’interrogatorio di garanzia. Il vescovo ci ha messo la faccia e ha tentato di metterci una pezza. Si è descritto come un pastore che ha davanti una pecorella smarrita raccontando di quando negli anni Ottanta frequentava i genitori dei tossicodipendenti in cura al Ceis di Firenze. «Se ti trovi davanti un delinquente lo denunci – ha detto – Se è un figlio, ed è malato (questa è la droga) lotti per salvarlo. Ho cercato di fare questo: ho lottato per non perderlo, per non lasciarlo andare a fondo». Questione di punti di vista e di come si vogliono chiamare le cose. Per il vescovo Nerbini don Francesco Spagnesi è sostanzialmente un tossicodipendente. Dice di averlo saputo nel mese di aprile, quando fu lo stesso parroco in lacrime a confessarglielo. Per il codice penale, che punisce anche la semplice offerta della droga, don Francesco è invece uno spacciatore, che insieme con il compagno Alessio Regina importava Gbl dall’Olanda e comprava cocaina a Prato. I fedeli arrabbiati non fanno troppe differenze. Tra quelli presenti fuori dalla chiesa ce n’era uno che raccontava la disavventura della zia: avrebbe donato una colonica nella zona di Paperino pensando che il ricavato venisse usato per opere di bene.

Di fatto col passare del tempo la questione degli ammanchi ha preso il sopravvento sulle abitudini sessuali dell’ex parroco e sul consumo di droga, facendo emergere un errore di calcolo della Diocesi, che avrebbe potuto cautelarsi sporgendo denuncia in tempi non sospetti e invece non l’ha fatto e ora si ritrova col cerino in mano. Questa è la domanda alla quale il vescovo Nerbini non ha voluto o non ha potuto rispondere, lasciando intendere che anche altri dovevano muoversi. «Il nostro primo dovere – ha detto – è la trasparenza. Chiedo a tutti, sacerdoti, diaconi, consacrati e laici di aiutarmi in questo dovere. Quando si registrano segnali pericolosi, si viene a conoscenza di situazioni dubbie o sospette, è un dovere cristiano segnalarle. Il vescovo non è onnisciente e quindi ha bisogno di essere aiutato nel suo ministero di Padre ma anche di “sorvegliante”».

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