Dalla droga ai rifiuti, Toscana a rischio mafia

Rosy Bindi, Stefano Tamburini e Ettore Squillace Greco

Rosy Bindi a Livorno: «Ci vuole una politica forte e autorevole che non sia silente e non lasci spazi al potere dei boss»

LIVORNO. «Non servono eroi ma cittadini che facciano il loro mestiere, solo così le mafie non avranno strada». Le recenti inchieste sul traffico internazionale di droga e sullo smaltimento illecito dei rifiuti delle concerie toscane hanno acceso un faro sugli intrecci fra imprenditoria, mafie e politica in Toscana, scuotendo un centro nord che ancora non ha la percezione di quanto la criminalità organizzata sia radicata sul territorio. E l’ex presidente della commissione parlamentare antimafia Rosy Bindi, ospite a Livorno di un dibattito coordinato dal direttore de Il TirrenoStefano Tamburini, risponde così alla chiamata delle associazioni giovanili cittadine.

«La Toscana è uno dei territori del centro nord più appetibili», spiega il procuratore della Repubblica di Livorno Ettore Squillace Greco, che avverte: «Per la prima volta al centro nord, in una certa zona della regione abbiamo visto pacchi di soldi contanti distribuiti a operatori economici». Il procuratore capo della Repubblica di Firenze e della Direzione distrettuale antimafia, Giuseppe Creazzo, le ha chiamate “infiltrazioni silenti”, ma «per essere silenti bisogna essere in due, tra finti ordinativi e cessioni di beni, false fatture e bonifici a compensazione. Si crea così una finta economia circolare», riassume il direttore di Libera Enrico Fontana, l’uomo che ha coniato il termine “ecomafie”. Complice è il silenzio, in particolare quello della politica.


Quella politica che – lo ha spiegato il direttore Tamburini – in Toscana negli anni ha depotenziato l’Agenzia regionale per la protezione ambientale nel tentativo di agevolare le imprese, fino ad arrivare al famigerato emendamento Keu in materia di scarichi industriali delle concerie, finito all’attenzione della Dda fiorentina e poi abrogato all’unanimità. «Non credo che queste persone siano mafiose, che si fossero accorte di essere entrate in contatto con la criminalità organizzata», premette Bindi, auspicando da un lato – da garantista vera – «un’assoluzione giudiziaria per tutti», e dall’altro «una riflessione da parte di quella politica che chiede al potere imprenditoriale come essere regolato invece di regolarlo». Ma ormai il danno è fatto. E la ex ministra della Salute, memore delle infiltrazioni mafiose nella sanità lombarda, in vista della pioggia di miliardi portata dal Piano nazionale di ripresa lancia un messaggio chiaro: «Vorrei una politica molto forte e autorevole, tale da non creare interlocutori al potere criminale». Perché è importante parlare di mafia e di antimafia in Toscana e perché è importante ne parlino i giovani, avevano chiesto Arci Livorno, il presidio giovanile “F. Marcone” di Libera Livorno, l’associazione Oltre e Uni Info News. «Come parlarne è altrettanto importante, per andare oltre i luoghi comuni di allarmisti e negazionisti che schiacciano la complessità del fenomeno», aggiunge il sociologo Vittorio Mete, docente dell’Università di Firenze e autore del libro “Fuori dal Comune”, che sottolinea: «Gli ’ndranghetisti hanno fatto emergere gli affari criminali che gli imprenditori avrebbero sicuramente fatto anche senza di loro».

Oggi le mafie hanno sostituito coppola e lupara con facce pulite e vestiti firmati e vanno colpite nei profitti illeciti, ma allo stesso tempo sul piano etico e culturale. «Auspico l’insegnamento a scuola della storia delle mafie, che in forme mutevoli hanno preceduto lo Stato unitario e sono ancora qui», racconta Bindi, sostenuta da Squillace Greco: «Spero si riesca a ricostruire una nuova religione civile basata sul principio di responsabilità. Una volta – racconta – uno ’ndranghetista intercettato ne ammonì un altro dicendogli “se vi mettete il popolo contro sono guai”; spero si possa diventare un “popolo contro”» .

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