Manuela Roncella, la professoressa che salva le donne: così sconfiggiamo il tumore al seno

Intervista alla direttrice del Centro di Senologia di Pisa

Una donna che ha salvato e continua a salvare la vita delle altre donne. È racchiuso in questa frase il lavoro che ogni giorno la professoressa Manuela Roncella, chirurgo di fama nazionale, direttrice del Centro Senologico dell’Azienda ospedaliero-universitaria di Pisa, porta avanti aiutando chi si trova a combattere contro un male che ti toglie il fiato e la voglia di vivere. All’edificio di Senologia dell’ospedale Santa Chiara, la professoressa Roncella non cura solo il tumore al seno: nel suo reparto si curano le donne, si aiutano nel loro percorso di vita dopo il tumore, accompagnandole lungo una strada lungo la quale si danno risposte a ogni diversa esigenza specialistica con protocolli su misura. Per la professoressa Roncella (premiata nei giorni scorsi dall’Alap di Pisa, l’Associazione Laureati ateneo pisano, con il prestigioso “Campano d’oro” alla carriera) la parola d’ordine è prevenzione. È fondamentale conoscere il proprio seno e cominciare fin da giovani a seguire uno stile di vita adeguato. Anche così si può combattere la malattia.

Professoressa Roncella, in questi anni assistiamo a un aumento di casi di tumore al seno? Da cosa dipende?

«Per la verità c’è stato un aumento di tutti i tipi di tumore. Questo è già un sintomo che la dice lunga sullo stile di vita che stiamo adottando. Il tumore al seno è forse quello che più risente del cambiamento degli stili nella nostra società. Basta pensare che nei Paesi in via di sviluppo, dove comincia ad affacciarsi la patologia oncologica, in quanto sono state risolte le cause di morte di altra natura, il tumore alla mammella è il primo che aumenta nella sua intensità. La colpa è sicuramente da addebitare allo stile di vita: come ci comportiamo, quello che mangiamo. Inoltre la differenza nell’età delle gravidanze, nell’allattamento giocano un ruolo importante, favorendo l’insorgenza in numero maggiore di tumori anche in età più giovanile».

Tantissime pazienti si rivolgono a lei: quali sono i caratteri e i punti di forza che fanno del Centro Senologico di Pisa una struttura unica?

«Il Centro Senologico di Pisa non fa altro che mettere in atto quelle che sono le indicazioni internazionali. Noi non abbiamo inventato niente. Sui centri di Senologia ci sono regole chiare, scritte già da molti anni e l’assunto fondamentale è che la paziente è al centro del percorso. Non si può prescindere da questo. La patologia della mammella, e soprattutto il suo approccio e la sua cura, sono per definizione multidisciplinari. Vuol dire che la diagnosi e la cura sono fatte attraverso un team di esperti con diverse professionalità per offrire alla paziente il meglio del proprio settore. Ma soprattutto per dare una diagnosi sempre più precisa: quanto più è adeguato l’intervento, tanto più l’oncologo potrà mettere in campo le sue cure preventive. Per ogni paziente da noi c’è una cura tagliata su misura, grazie a un team di professionisti che lavorano in gruppo».

Come valuta la situazione In Italia in termini di strutture e competenze?

«I Centri di Senologia sono soggetti a una normativa europea che ha radici molto lontane. Già dal Duemila il Parlamento Europeo si era espresso con regole chiare. Nel 2016, sempre a livello di Parlamento Europeo, era stato dato un ultimatum per creare Centri di Senologia seguendo protocolli ben precisi. In Italia diciamo che tutti si stanno adeguando, perché ogni Regione ha fatto delibere, individuando Centri di Senologia che, per competenze e volumi, rispettano queste caratteristiche. Poi, tra il dire e il fare, c’è di mezzo il mare e non tutti quanti riescono in qualche modo a fornire indicatori di qualità adeguati, però ci stiamo lavorando, perché è un’esigenza importante. Le donne stesse lo chiedono, quindi i movimenti femminili fanno un po’ da termometro e da monitor in modo che venga migliorata la qualità in questo campo».

Nella cura del tumore al seno quanto è importante la prevenzione?

«La prevenzione è fondamentale. Il tumore al seno, come pochi altri tumori, può essere individuato ancora in fase curabile. Noi dobbiamo puntare su due tipi di prevenzione: una primaria e una secondaria. Quella primaria è quella su cui si comincia a lavorare ora, e prende in esame gli stili di vita, perché almeno un terzo di queste malattie potrebbe essere evitato con una adeguata educazione alimentare, comportamentale e ambientale. Ma nel momento in cui non siamo in grado di cambiare la situazione in quanto complessa e multifattoriale, ci rimane da fare la prevenzione secondaria con lo screening. Individuare il tumore prima che possa aver fatto dei danni».

Qual è l’età giusta per cominciare uno screening?

«Gli screening al seno che offrono le Regioni si basano sul rapporto convenienza e sostenibilità, per dare risposte immediate nella fascia di età più a rischio. La mammografia è un esame che si basa sulla densità del seno, quindi farla a 30 anni non ha senso, in quanto non individuerebbe problematiche in una età in cui fortunatamente la malattia non è ancora al suo picco di incidenza. Quindi gli screening gratuiti che offrono le Regioni sono assolutamente da attuare perché coinvolgono la fascia di età più a rischio; dai 45 ai 75 anni con esami periodici gratuiti che possono in qualche modo aiutare questa diagnosi anche una facilitazione nell’accesso. Certamente poi ci sono categorie che hanno bisogno di uno screening adeguato: parlo di donne che hanno grande familiarità con la malattia e qui il medico curante insieme alle strutture preposte, come i centri senologici, devono prendere in carico queste pazienti con una personalizzazione del trattamento. Fortunatamente questi casi non sono ancora molti, ma la prevenzione, ripeto, non deve avere età. Attuare la prevenzione è cultura».

Anche la conoscenza del proprio seno attraverso un’auto-palpazione, secondo lei è importante? «Assolutamente sì. Quando si parla di auto-palpazione non bisogna pensare a uno scarico di responsabilità, anzi la conoscenza del proprio seno può agevolare moltissimo il clinico e con la paziente possiamo lavorare insieme per risolvere il problema. Conoscere il proprio seno è la prima cosa e non c’è età».

Alle ragazze quali consigli si sente di dare?

«Alle giovani mi sento di dire prima di tutto di lavorare sulla prevenzione primaria. Stop a fumo, sovrappeso, assenza di attività fisica e a alimentazione non adeguata, fatta di zuccheri raffinati e grassi animali. È necessario portare avanti una dieta mediterranea con alimenti non elaborati, imparare a conoscere il proprio seno con l’auto-palpazione, insieme alla propria storia familiare e avere dei medici di riferimento a cui rivolgersi per fugare ogni dubbio, qualora si presenti».

Ogni giorno lei tocca con mano la sofferenza di moltissime donne: che cosa si sente di dire a chi improvvisamente scopre di avere la malattia?

«È sempre un argomento molto difficile da affrontare con le pazienti. La scoperta del tumore al seno è traumatica, a differenza di altre patologie non dà sintomi particolari premonitori. Una malattia che ti fa precipitare in un mondo buio. Quindi, oltre all’aspetto medico, è fondamentale curare l’aspetto psicologico delle pazienti, da comprendere e da seguire. La donna non è fatta solo di mammelle, è fatta di un corpo e di un’anima: se queste due metà complesse non vanno d’accordo anche la guarigione non è completa».

Nella sua carriera qual è l’esperienza che l’ha più provata e quella invece che l’ha particolarmente gratificata?

«Il Premio che l’Alap di Pisa mi ha voluto concedere consegnandomi in Sapienza a Pisa il “Campano d’oro” mi ha fatto molto piacere. Non avrei mai pensato di potere stringere tra le mani questa onorificenza. Io però non capisco perché debba essere premiata, faccio il mio lavoro, con passione, anche se in tanti momenti è difficile portare avanti il mio percorso Quello invece che più mi ha affaticato, e mi ha provato, in questi anni di lavoro è il fatto di non essere riuscita a entrare pienamente in sintonia con alcune pazienti. Mi è capitato tre volte, ma sono esperienze che ricordo ancora con dispiacere». RIPRODUZIONE RISERVATA