Protesta davanti al tribunale contro la sentenza choc: «Questa è una doppia violenza sulle donne»

Per la giudice “il sesso orale non è mai costrizione”: striscioni davanti al palazzo di giustizia a Livorno: «Ecco perché ci auguriamo che venga riformata in appello»

LIVORNO. «Una sentenza, doppia violenza». È lo striscione rosa, con la scritta nera, che le donne e gli uomini dell’associazione “Non una di meno” stringono davanti all’ingresso del tribunale di Livorno. Si sono dati appuntamento qui con cartelli e musica per protestare contro la sentenza, pubblicata dal Tirreno, nella quale i giudici livornesi hanno assolto l’ex comandante del nucleo dei carabinieri dell’ispettorato del lavoro accusato di violenza sessuale. E in particolare per uno dei passaggi delle motivazioni dove il tribunale sottolinea come nel sesso orale non ci possa essere costrizione perché «la continuazione del rapporto, necessita, per le stesse modalità del tipo di rapporto sessuale, di una piena partecipazione attiva della donna».

Spiegano Nadia Nardi e Patrizia Nesti: «Non sono i fatti che contestiamo. Ma il loro giudizio, quel passaggio è un’interpretazione sessista imbevuta di una cultura sessista. Si tratta di argomentazioni già presenti nel processo del Circeo. Quando l’avvocato difensore di uno degli imputati parlando della fellatio disse che serve una estrema fiducia da parte dell’uomo e quindi prevede il consenso. Il problema è che sono passati oltre quarantanni da allora e risentire certi toni è inquietante e ci indigna». La memoria torna ad altre sentenze che hanno fatto discutere: le donne che non hanno gridato e quindi erano consenzienti e l’impossibilità di essere violentata nel caso la vittima indossasse i jeans. «Il rischio – vanno avanti – è che i tribunali si trasformino in luoghi dove c’è una violenza accessoria nei confronti delle donne. Ecco perché ci auguriamo – concludono – che la sentenza venga riformata in appello».


Dalla sentenza depositata a Livorno lo sguardo si allarga. «Certe sentenze di fatto legittimano la violenza, lo stupro e perfino le uccisioni di donne, mostrando quanto la violenza patriarcale sia radicata nelle istituzioni e negli ambienti giudiziari, oltre che nella società. Ci si indigna per la situazione delle donne in Afghanistan, che è oggettivamente drammatica e che merita tutta la nostra incondizionata solidarietà; si denuncia la non adesione alla Convenzione di Istanbul contro la violenza di genere da parte di alcuni governi, questione che è senz’altro grave. Ma si ignora la violenza sessista che permea la nostra società, si oscurano le pesantissime discriminazioni presenti a casa nostra, nel “civile” Occidente, nelle nostre “democratiche” istituzioni, nelle nostre “illuminate” aule di tribunale».

I numeri dei femminicidi parlano: «Dall’inizio dell’anno sono state ammazzate circa otto donne al mese, sette solo in questa ultima settimana. Dunque una al giorno. Donne uccise da uomini violenti, familiari nella maggior parte dei casi. E moltissimi sono i casi di violenza sessuale che vedono responsabili proprio uomini in divisa».



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